Scritto da P.B.
Titolo: Smother Autore: Wild Beasts Anno: 2011 Elemento: alt
altart pop. Parabola perfetta quella che ha visto i Wild Beasts spogliarsi progressivamente di un'esuberanza che pure si erano dimostrati capaci di gestire in ogni sfumatura. Da Limbo Panto al sorprendente Two Dancers, un amalgama equilibrato senza perdere il tocco d'eccentricità che contribuiva a renderlo un lavoro unico oltre che esteticamente inappuntabile. Dopo un simile passo e l'attesa creatasi attorno a Smother, la scelta più coraggiosa non poteva che percorrere il cammino opposto e, non osando alla stessa maniera, spiazzare. Il terzo full-length di Thorpe e compagni si insinua con discrezione nella breccia aperta da “This Is Our Lot”, per poi esplorare diffusamente il settore più intimo della vocazione artistica della band inglese. Falsetto, chitarra e pianoforte non dismettono la loro veste elegante e si intrecciano in una danza compita cui si aggiunge una più massiccia presenza di synth dal sapore retro ma non troppo. Il velo di fascinoso mistero che accompagnava i Due Danzatori si fa impalpabile e lascia spazio, con uno sfumato passaggio di consegne, ad atmosfere delicate ed emozioni da dialogo vis-à-vis. Come mai prima d'ora, in “Loop the Loop”, “Albatross” e “End Come Too Soon” i Wild Beasts esprimono la loro inedita concezione di fragilità, esponendosi con sincerità e, perché no, con quel coraggio che in passato si ravvisava in altro tipo di tentativi espressivi. Anche questa volta il risultato complessivo non è sbilanciato: certo mancano le esatte corrispondenti di una “Brave Bulging Buoyant Clairvoyants” o “We Still Got the Taste Dancing on Our Tongues”, ma già “Bed of Nails” e “Reach a Bit Further” bastano per mantenere un ritmo sostenuto e rendere ancora più efficace l'accostamento con i momenti raccolti. La stessa considerazione vale per l'oramai collaudata staffetta al microfono tra Hayden Thorpe e il bassista Tom Fleming. Smother stupisce per la sua ricchezza di melodie magiche nella loro linearità; stupirà ancor più i molti che non avevano intravisto una simile possibilità di sviluppo per il sound raggiunto in Two Dancers, già originale a dir poco. Quello cui assistiamo non è una rivoluzione né un drastico rimescolamento di carte; con queste dieci canzoni i Wild Beasts portano a compimento una ricerca che era rimasta solo abbozzata nei precedenti lavori, semplicemente frutto di urgenze differenti. Non un punto d'arrivo non necessariamente un punto di partenza, solo una tappa a bordo di un treno preso al momento giusto. Saranno speranze ben riposte ad accompagnare l'attesa per il prossimo viaggio, eppure della bellezza di Smother non ci si sazia facilmente. The end comes too soon.

80/100

Wild Beasts

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