Scritto da M.F.
Titolo: Lights and Offerings Autore: Mirrors Anno: 2011 Elemento:

synth pop. Il pop tutto batterie elettroniche e sintetizzatori ha avuto una vita travagliata. Dapprima ritenuto il principale colpevole di un'era musicale fatta di plastica, tutta immagine e niente sostanza, e quindi vituperato, ora viene inevitabilmente coinvolto nella ormai annosa diatriba sul valore del revival anni '80. E un gruppo come i Mirrors, che attinge direttamente dalle origini di quel sound, seppur con un piglio del tutto moderno, ha già suscitato sensazioni contrastanti. Chi sciorina elenchi di nomi da cui il quartetto di Brighton copierebbe spudoratamente (tutte band profondamente diverse tra loro), chi critica il look elegante esibito nei videoclip promozionali, nelle community sul web sembra quasi una gara a chi spara di più sul gruppo. La realtà è invece tutt'altra: per quanto sia innegabile l'influsso dei classici synth pop (i pioneristici Kraftwerk, Orchestral Manoeuvres in the Dark, Depeche Mode, ...), il disco mostra in primo luogo una grande perizia nella costruzione dei brani; le ritmiche sono spesso composte attraverso la sovrapposizioni di più strati (si ascoltino su tutte “Write Through the Night” e “Ways to an End”), i sintetizzatori interagiscono creando un tappeto efficacissimo per la vocalità da crooner di James New. E' un disco arioso e di grande respiro, Lights and Offerings, tanto che poco si presta a un ascolto da cuffie. L'epica “Secrets”, in chiusura, è l'emblema di questa caratteristica dell'album: dotato di una spazialità unica per un brano di pop elettronico, si rilassa in un intermezzo ambient per poi aggiungere una leggera componente industrial in un finale di grande respiro. E come non citare “Fear of Drowning”, che partendo da Trans-Europe Express si trasforma in una elegantissima cavalcata? Ascoltando il disco con l'attenzione che si merita, emerge proprio questo: il gruppo prende sì le proprie mosse dai nomi già citati, ma elabora con personalità la propria visione del synth pop, concretizzandola in undici brani ben scritti e ben arrangiati. La scena wave britannica, si diceva, è più che vitale, e possiamo senz'altro includere i Mirrors nel novero di gruppi come Chapel Club, White Lies, Delphic e altri, non tanto (o almeno, non soltanto) da un punto di vista squisitamente sonoro, quanto di attitudine; ricorre una certa epicità di fondo, una malinconia non ostentata ma perfetta per interpretare e descrivere la nostra contemporaneità. Tutto questo senza trascurare, altro tratto comune, la grande cura per i dettagli: gli intrecci sintetici dei Delphic, il maniacale chitarrismo dei Chapel Club, e via dicendo. Insomma, dedicarsi all'ascolto di queste band significa anche essere al passo coi tempi, e ci ricorda ancora una volta quanto sia importante saper scrivere canzoni, piuttosto che affannarsi continuamente alla ricerca della novità e dell'originalità assoluta.

80/100

Mirrors
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