Into the Violet
Dentro il romanzo gotico del trio di Brighton
È il pomeriggio del 5 gennaio quando, confrontandoci in redazione, sentiamo di avere in mano qualcosa che scotta. Proviamo a restare tranquilli, promettendoci di non parlarne che fra noi, ma non c'è verso: crolliamo miseramente e iniziamo a realizzare che Violet Cries, il primo album degli Esben and the Witch, non ci ha solo ipnotizzati tutti, ma ci appare anche come il disco più bello uscito negli ultimi anni. Qualcosa di perfino superiore alle altissime aspettative che avevamo.
Lo abbiamo bramato come un capannello di ragazzine smania per il quarto episodio di Twilight tra i banchi di scuola, fin troppo sicuri che ci saremmo trovati di fronte ad un capolavoro assoluto, ad uno di quei dischi che ti segnano per sempre, sensazione che non sentivamo più da così tanto... E probabilmente rischiavamo sulla nostra pelle, perché saliti così in alto, potevamo spiccare il volo verso l'infinito, oppure cadere giù a capofitto, per una lezione di vita memorabile. Ma già dopo pochi secondi di "Argyria", ecco i brividi che non sentivamo più da tempo. Potere di cosa, se non della passione? Tu chiamale se vuoi emozioni, fa' un po' come ti pare, tanto alla fine non importa di quale forma di estasi o empatia si tratti. Non è certo un intellettualismo obliquo ad averci portati fin qui.
La scaletta ci aveva lasciati perplessi: "perché mai tenere fuori "About This Peninsula" - indubbiamente ancora oggi il loro pezzo più diretto - il singolo
"Lucia, at the Precipice" - che tanto avevamo ascoltato solo noi e i lettori del Panopticon - e la spettrale "Skeleton Swoon", una traccia che non ha ancora trovato una collocazione fra singoli,
EP e questo album di debutto di Rachel, Daniel e Thomas?". La risposta l'abbiamo continuata a cercare durante i primi ascolti di Violet Cries, che grazie alla band abbiamo avuto modo di ascoltare da diverse settimane. Pur avendo memorizzato la decina di canzoni in nostro possesso, cioé quelle di 33 e dei due singoli finora pubblicati, gli Esben parevano aver mescolato le carte, con un disco meno facile di quello che pensavamo di ascoltare... Noi, che credevamo di aver previsto tutto...
01. Argyria. Eccoci tra i rami, indugiando a lungo, un po' spaventati da qualcosa che crediamo di aver sentito; voci metalliche avvelenate dall'argento, elemento dell'Albedo e simbolo della Luna, quindi anche della notte. Tutti i grandi album, soprattutto quelli considerati dei capolavori, lasciano che la traccia di apertura ne definisca la poetica che verrà. "Argyria" è esattamente questo, nulla di meno.
"Folding, unfolding..."
02. Marching Song. Una sorta di meditazione allo specchio che riflette ferite via via sempre più evidenti e diffuse. "Your veins are my trenches", perché gli Esben tengono in grande considerazione le metafore offerte dall'anatomia umana, come avevamo già potuto desumere dalla copertina di 33; James Graham Ballard sarebbe orgoglioso dell'immaginario richiamato dai suoi adepti. Qui eravamo preparati, come singolo funzionava già benissimo, ma nel disco acquista ancora più forza.
03. Marine Fields Glow. "Non avrei mai pensato di ritrovarmi così lontano da te", racconta l'arpeggio romantico di un brano giocato tutto sull'interpretazione di Rachel, carica di riverberi, ragione e sentimento, quasi fosse un personaggio di Jane Austen. Una carta che la band vorrà giocarsi anche più tardi, in chiusura del disco.
04. Light Streams. Come scariche elettriche generate durante un esperimento di Nikola Tesla, assume un andamento contorto, raggiunge un picco di luminosità lasciando il buio tutt'attorno, svanisce per poi ritrovarsi. Cosa sta accadendo? "Engine breaks, engine blows", e si attende una ripartenza mentre si contempla lo spettacolo.
05. Hexagons IV. Un brano importante del disco, un momento di ulteriore dilatazione. Il sapiente uso di micro-meccanismi elettronici e di un'atmosfera limbica spinge l'ascoltatore in una sorta di stasi, di sospensione sonora, dove le ritmiche si ritualizzano ed incorniciano perfettamente la voce. "The cold it grows, as the light declines" e si rilancia, come un lampo sinestetico: "just close your eyes" e le immagini sfuocano insieme con il suono, nell'abbraccio riuscito di musica, icona ed evocazione.
06. Chorea. "The blood is set in commotion" e i tessuti, intossicati dal rame, scuotono il sistema nervoso causando movimenti convulsi. Improvvisamente, la musica ci suggerisce di arrenderci e di accedere ad uno spazio extracorporeo per osservare meglio questa
danse macabre, che potrebbe essere uscita dalla penna dei fratelli Grimm come dai pennelli di un pittore fiammingo del '400. Immaginari di epoca medievale, rinascimentale, romantica e postmoderna trovano una sintesi perfettamente equilibrata nella musica degli Esben and the Witch.
07. Warpath. I tre si mantengono a distanza di sicurezza dal canonico formato-canzone anche nel pezzo che evoca un'altra delle immagini più dark di Violet Cries - "terrò questi segreti nella mia pelle" - culminante stavolta con un vero ritornello epico e agghiacciante, solo da subire, per un setting degno estratto di un romanzo gotico dell'Ottocento.
08. Battlecry / Mimicry. Un passaggio, una porta aperta, una finestra, un sentiero in un'opera di Böcklin; ma anche l'accesa vividezza della battaglia di Borodino di Tolstoj, le ritmiche della morte, della violenza. Mentre tutto svanisce e si ricompone, come una cerniera fra due momenti dell'essere.
09. Eumenides. La bellezza di questo brano sta tutta nel suo delicato equilibrio strutturale fra una parte incipitale estremamente evocativa (lament, nota degli Esben) e una coda non restia ad un umore meno controllato e più rock oriented (insanity, n.d.E.); nel mezzo, un crescendo ai confini con un industrial ante litteram (visceral, n.d.E.): un trittico baconiano d'eschilea memoria a illustrare un suono che, nella violenza delle Erinni, come un mito, scopre la forza del mutamento, come un inno alla complessità del divenire.
10. Swans. L'epilogo è affidato a un brano tanto asciutto da risucchiare anche la voce della Davies, straziata al punto di rimanere senza fiato. Si appoggia su un cambio di accordi gravissimo questa sorta di desolato folk sepolcrale, prima di svanire al culmine della disperazione, al debole risuonare di corde metalliche scosse dal vento, e a qualche colpo sordo in lontananza.

Gli Esben and the Witch hanno deciso di sorprenderci scegliendo di aggredire la pelle dell'ascoltatore con un'eleganza tanto affascinante quanto cruda. Se si pensa al materiale che ci avevano fatto ascoltare nei dodici mesi che hanno preceduto Violet Cries, spesso decisamente più facile di quello che è andato a far parte della tracklist finale, la scelta del trio risulta ancora più rispettabile e, al giorno d'oggi, anche relativamente coraggiosa. Erano consapevoli di avere i mezzi necessari per poterci dare qualcosa di ancor più intenso e hanno trovato il modo giusto per sfruttare a fondo la grandissima forza evocativa che alimenta il loro
Athanor. E qui diventa doveroso ricordare che anche i grandi dischi, quando escono, suscitano sempre la diffidenza di qualcuno; è consuetudine, è sempre stato così anche per quelli che oggi sono temuti, rispettati, considerati intoccabili. I Nostri sarebbero da ammirare già soltanto per aver pensato questo disco così prezioso, ma dimostrano anche che per trasmettere un brivido a chi ascolta non c'è necessità di spargere il terrore dell'Har-Mageddon, non c'è quell'estremo bisogno di fingersi depressi e di crogiuolarsi amorevolmente et disperatamente nella propria disgraziata situazione fino alla fine dei propri giorni. Gli Esben and the Witch oltrepassano il livello personale con una violenza tutta loro, traggono ispirazione da uno strato-base di inquietudini e simbolismi che è collettivo e quindi universale, capace di trasmettere qualcosa a tutti. Non ci si aspetti certe sensazioni solo dai vecchi maestri del genere, perché qui abbiamo già dei
nuovi maestri e sono quelli del
nostro tempo, non di altri. Chiedere di più a musica con queste caratteristiche, oggi e dopo Violet Cries, sembra quasi impossibile.
90/100
Esben and the Witch
di Daniele Sassi, Giacomo Colombo e Pierluigi Ruffolo
artwork di copertina di Antonio Pagano, foto di David Stapel