Titolo: Penny Sparkle
Autore: Blonde Redhead
Anno: 2010
Elemento:
dream pop. Ne è passata di acqua sotto i ponti da quando, a metà degli anni '90, i Blonde Redhead, multietnico trio con base a New York, composto dagli italianissimi gemelli Simone e Amedeo Pace, nonchè dalla cantante giapponese Kazu Makino, martoriava le orecchie dei propri estimatori con chitarre distorte e volumi degni dei migliori Sonic Youth. Nell'arco di pochissimi anni, infatti, questi ragazzi hanno saputo mutare radicalmente il proprio sound, virando in maniera decisa verso uan pop etereo e sognante, che richiama da vicino la proposta di band di culto quali Cocteau Twins e This Mortal Coil. Disco simbolo di questa clamorosa trasformazione deve senza dubbio essere considerato Misery is a Butterfly (2004), lavoro capace, grazie alle sue atmosfere estremamente evocative, di attirare fin da subito l'attenzione di critici e appassionati di tutto il mondo. Penny Sparkle, al pari degli altri album più recenti a firma Blonde Redhead, si inserisce sulla scia del disco in parola, ritoccando in minima parte uno schema che all'epoca si era dimostrato assai efficace. Proprio l'assoluta mancanza di novità rappresenta la più evidente pecca di un canzoniere che si fa notare soprattutto per la pressochè totale assenza di chitarre elettriche, ormai quasi del tutto rimpiazzate da synth e pur suggestivi beats elettronici, oltre che per un pugno di episodi senza dubbio riusciti, come l'iniziale “Here Sometimes”, il trascinante singolo “Not Getting There” e l'elegante “Oslo”, brano dall'incedere quasi trip hop. Un disco gradevole ma di maniera, un po' stanco dal punto di vista delle melodie e che nulla aggiunge alla storia di questi ragazzi, dai quali sarebbe forse stato lecito aspettarsi qualcosa di meglio.
59/100
Blonde Redhead