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ono passati due anni e in due anni possono cambiare un sacco di cose o anche non cambiare nulla. Sicuramente per i Foals questa sorta di limbo non è stato simile al precedente, dato che nel 2008 veniva rilasciato il loro debutto, Antidotes, accolto da un buon riscontro di pubblico e di critica, a cui è seguita la solita trafila di tour, interviste e il resto del contrappasso per chi riesce a fare della propria passione un lavoro.

Anche per chi scrive l’esordio è un buon lavoro, immaginabile come un vivace scontro senza feriti tra una passione per il math rock alla Battles (d’altronde i componenti del gruppo militavano precedentemente appunto in gruppi math rock e hardcore) e una componente inglese che va a pescare nella prima new wave ottantiana i propri numi tutelari. Prodotto da Dave Sitek dei Tv on the Radio (anche se la band, insoddisfatta del risultato, decise di rifare il mixing), il disco era stato stato distribuito dalla Transgressive Records in Europa e dalla mitologica Sub Pop negli Stati Uniti e aveva nelle ritmiche di pezzi come Cassius, Electric Bloom e Baloons le sue armi migliori. Il 10 maggio 2010 è uscito il seguito, intitolato Total Life Forever, e la mitologia rock del
difficile secondo disco può perpetuarsi ancora una volta consegnando alla band tre buste con cui scegliere il proprio futuro: busta numero 1, un disco fotocopia per non perdere i fan; busta numero 2, sconforto: il primo album è stato un episodio isolato; busta numero 3, attenzione, attenzione…
Inutile proseguire con la suspense, diciamo subito che la band ha scelto la busta numero tre e basta un ascolto superficiale per accorgersene. Quest'opera non rappresenta una rivoluzione copernicana per il gruppo, mettiamolo subito in chiaro per non fomentare eccessivi entusiasmi, ma tutte le caratteristiche dell’esordio sono state riprese e meglio elaborate. Se vogliamo immediatamente utilizzare una frase ad effetto diciamo che le intricatissime ritmiche di Antidotes non sono più il fine ma diventano il mezzo: lo
splettrare insistito e continuato, oltre a essere diventato più raffinato (indice dell’accresciuta capacità tecnica del gruppo), è ora asservito al songwriting, ed è proprio nel songwriting che si notano le più importanti migliorie.
Dove i pezzi del debutto vivevano di una o due esaltanti idee reiterate, Total Life Forever è una miniera di trovate: stupisce come il gruppo di Oxford riesca a far convergere molteplici idee nella stessa canzone, ora lanciandosi in esplosioni strumentali ora dedicandosi a un sottile incedere. Ciò si nota particolarmente da come ogni strumento abbia la sua linea personale da eseguire e come poi tutte convergano con facilità a formare la struttura (analitica, stratificata, multiforme) del pezzo. Si diceva delle influenze new wave: beh, ognuno riconosca quella che più gli aggrada perché qui sarebbe difficile risalire a tutte, sia per il grande numero di gruppi chiamato in causa (U2, Talking Heads, Police, Duran Duran, ecc ecc) sia per come i Foals riescano a rileggerli con personalità e quindi appropriandosene (ma non è forse caratteristica dei grandi gruppi, questa?).

La prima parte del disco è molto uptempo, solare e
caraibica (il gruppo dichiara d’altronde di aver inseguito un sogno di prog tropicale, nonostante le registrazioni abbiano avuto luogo negli studi della Svenska Gramofon, nella fredda Svezia) dopodiché arriva "Spanish Sahara", primo singolo estratto, e sembra che la festa si fermi per un attimo. La sua lenta andatura smorza un po’ gli entusiasmi (venendo poi dall’esaltante progressione di "Black Gold"…) ma il pezzo indubbiamente funziona e coinvolge sopratutto a livello melodico con i versi “
forget the horror here, leave the horror here” che faranno fatica ad andarsene dalla testa. La maggior cura delle canzoni sotto l’aspetto melodico e innodico rappresenta infatti un’altro perfezionamento rispetto al debutto e ciò si riflette nei testi: Yannis Philippakis (voce, testi e chitarra, letterato, con famiglia problematica e neanche completamente certo della propria persona) utilizza sempre lyrics astratte, ricopre e protegge il significato dei suoi versi con strati e strati di metafore e di doppi sensi, in modo che nessuno possa avvicinarcisi. Rispetto a Antidotes, però, la sensazione è che abbia mollato un po’ la presa, sembra non ci sia più il rischio di pungersi come di fronte ad un istrice. Anche l’interpretazione vocale, più vicina e calorosa, è un ulteriore indizio. Il ritmo torna a salire con "This Orient", secondo singolo e secondo centro, ma in generale è veramente difficile trovare una traccia non riuscita o trascurabile tra le presenti. Anzi, Total Life Forever è una di quelle collezioni di
canzoni ciascuna delle quali si adatta meglio ad un particolare umore o momento della giornata; così è possibile avere dieci piccoli tormentoni da alternare durante la settimana e, una volta fatto il giro, si può ricominciare. Per le giornate nuvolose è idonea la seconda parte del disco, più sottile e umbratile, in cui il gruppo dimostra appieno di sapere amministrare la tensione emotiva del pezzo giocando con l’ascoltatore come un gatto fa con il topo. Insomma per non dilungarci troppo e tirare finalmente le somme, il disco suona molto
fresco e originale, il gruppo ha fornito pienamente prova di possedere personalità e mezzi espressivi autonomi. Parlavamo del diverso utilizzo delle chitarre: nell’epica chiusura di "What Remains" notiamo che la metamorfosi è ormai completata mentre, liquide come synth, accompagnano i perentori colpi sul rullante e i versi finali del disco. Ovviamente non mancano i difetti: l’impalcatura dei pezzi non è eccessivamente dissimile e si utilizza spesso l’espediente del bridge centrale progressivo, ma, dati i differenti abbellimenti e umori sovraimposti, attaccarvicisi sembrerebbe capzioso (oltre che pervicace). Affermiamo quindi senza timore di smentita che si rivelerà un prodotto di lunga durata e siamo pronti a scommettere sulla sua solidità complessiva; anzi, allargando il campo assicuriamo che sarà lecito aspettarsi grande musica dai Foals nei prossimi anni.