Dancing Days Are Here Again![]()
L'omonimo disco d'esordio è rimasto, ad oggi, quello con l'attitudine più spiccatamente rock - addirittura quasi punk - e dai pezzi più veloci. Immaginatevi James Murphy come un novello Lutero che stampa il testo di “Losin My Edge” su un bell’A4 (“I was the first guy playing Daft Punk to the rock kids. Everybody thought I was crazy“) e lo va ad attaccare sulle porte dei club rock più importanti di New York City, come se fosse il manifesto di un genere che lui e la DFA hanno contribuito a rendere vincente. Provate a togliervi dalla testa "Daft Punk Is Playing at My House" o "Tribulations", se ci riuscite. Tra le canzoni di quell'album, "Too Much Love" e "On Repeat" si proponevano già come base di ripartenza per la prossima mossa. A dirla tutta, dopo quell'electronica così sbilanciata verso il rock, il cambio di rotta formalizzato in Sound of Silver ha inizialmente spiazzato, trovando ugualmente modo di affermarsi stabilmente tra gli ascolti del pubblico più ritmo-dipendente. Qualcuno aveva già urlato al miracolo esagerando un po' i toni, ma il nuovo pargolo di Murphy, con i suoi sintetizzatori stavolta predominanti sulle chitarre e i suoi pezzi formato club, era convincente per davvero.
Ed eccoci arrivati al 2010, anno che ha visto l'attivissimo James alle prese con con la colonna sonora per l'ultimo film di Noah Baumbach, Greenberg, con protagonista Ben Stiller, esibendo anche doti da bianco cantautore americano che fino ad ora erano rimaste accuratamente nascoste. Il pubblico degli LCD Soundsystem non dovrebbe invece trovarsi impreparato ad extended play come quelli di This Is Happening. In effetti l'unico pezzo al di sotto dei sei minuti è il singolo "Drunk Girls" (raccomandiamo di dare un'occhiata anche al selvaggio video), e non è un caso che nel cuore dell'album si incontri una canzone come "You Wanted a Hit".
"And so you wanted a hit
Well, this is how we do hits
You wanted the hit
But that's not what we do"
Il messaggio contenuto in queste parole è, come al solito quando c’è Murphy di mezzo, molto chiaro: “si fa alla nostra maniera, chi ci ama, ci segua!”. Vero che la stessa "Drunk Girls" non sia propriamente un classico singolo, ma è quella che più assomiglia a una normale canzone, soprattutto se paragonata a "One Touch", che meccanica e automatica com'è farebbe la felicità di qualsiasi dj e clubber più che del normale ascoltatore rock. L'interminabile "Pow Pow" porta all'estrema ossessione i ritmi dei Talking Heads di Fear of Music, come "Somebody's Calling Me" diventa invece fin troppo facilmente accostabile alla mitologica "Nightclubbing" di Iggy Pop. Eppure le canzoni vere e proprie non mancano: "I Can Change", ad esempio, e poi la formula vincente di "All I Want", che fa il verso a Brian Eno e al Bowie berlinese, epica come "Heroes", e che invece di cercare il ritornello orecchiabile si dirige senza ripensamenti verso stravaganze e cigolii sintetici. Qui dentro abbiamo di tutto, ed il grande pregio è che, nonostante si attinga a piene mani dai tardi anni '70, il risultato è dinamico profuma di fresco (e non è affatto un caso che certa musica, a dispetto di altra, suoni ancora così moderna e attuale... meditate gente, meditate!). Anche la pur lunghissima "Home" riesce piano piano a conquistarsi un posticino nel ricordo dell'ascoltatore, una volta che il disco sarà finito. Non sappiamo se queste novità artistiche per la band di New York derivino anche dal fatto che per concepire il disco Murphy e soci si sono spostati dall'altra parte dell'oceano, a Los Angeles per l'esattezza. Si sono chiusi in una villa, si sono concentrati sulla musica e si sono dati alla pazza gioia, tirando fuori dal cilindro un disco che in qualche modo rompe col passato. I testi non saranno aulici, non rimanderanno alle alte sfere, ma sono adatti al contesto nella loro mescolanza di momenti festaioli sfrenati con riflessioni sincere e naif, e vengono incastonati in melodie che hanno bisogno di qualcosa di più che un paio di ascolti distratti per essere assimilate. Sarebbe perfettamente inutile ascoltare This Is Happening su un lettore portatile o dalle casse di un laptop, magari senza l'ausilio di auricolari di spessore; obbligatorio alzare il volume, scoprire dettagli sempre nuovi ad ogni ascolto, ballare e divertirsi. Magari potreste sfruttare l'occasione per andare a ripassare alcuni album fondamentali del triennio '77/'79, tanto per ricordare a tutti il valore degli altri anni '70, quelli che spesso vengono messi da parte per permettere la continua e ormai stereotipale celebrazione degli antichi eroi del rock.
![]()