Scritto da Panopticon
 
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I
l traguardo maggiore di Merriweather Post Pavilion è proprio questo: tutti quelli che parlano di musica rock ci si sono dovuti confrontare, soprattutto in Rete. Chi ha seguito con attenzione le uscite del 2009, con ottima probabilità si è imbattuto in quella copertina, anche i ragazzini che ascoltano tutt'altro e che passano tante ore davanti al computer. Ovvio, non chiedete degli Animal Collective al pubblico di riviste secondo cui il rock è morto vent'anni fa o anche prima. Piuttosto, è anche vero che troppo presto ci si è lasciati persuadere che fosse un album epocale, un capolavoro istantaneo, il disco dell'anno e di fine decennio. Probabilmente in fin dei conti è anche stato un po' così, soprattutto perché il combo di Baltimora si è rivelato non solo pioniere, ma anche capobanda di una schiera di formazioni americane di alterno gusto (come sempre all'interno di una stessa scena!), rivelatasi moda e corrente artistica con caratteristiche ben definite. La nuova psichedelia ha abbracciato principalmente la East  Coast e ha già piazzato un pugno di album di ottima fattura: negare che sia, assieme alla dubstep, la vera novità dell'ultimo lustro, significherebbe non esserci con la capa. In questo contesto, gli Animal Collective sono il modello e la sua variante, il prototipo e la replica canonizzata, in una parola il manifesto concreto di un movimento tanto attuale quanto retrò e dunque chiacchierato. Noah, David, Brian e Josh disegnano la vera arte del sogno con un pastrocchio di colori che sa di infiorata primaverile e di vita nei paesaggi fauvisti: una vera rinascita del colore in musica, senza prospettiva e senza chiaroscuri. Sintetizzatori, cori alla Beach Boys, percussioni improbabili, gingilli e bassi pulsanti... tutto concorre alla messa in opera di un disegno dai molteplici possibili significati che spetta sempre al fruitore - vero proprietario della musica - discernere, in cui però vi è un senso di serenità finale, anche nelle situazioni critiche... "are you / also / frightened?". Non è una visione per forza allucinata e spinta, anzi si respira a pieni polmoni un romanticismo kitsch che trova nei battimano di "My Girls" come nel fluttuare trasognato di "Bluish" e "No More Runnin" l'immagine migliore di quel paese delle meraviglie di cui fantasticava un uomo chiamato Charles Lutwidge Dodgson. Non è troppo tardi per tuffarsi e nuotare sospinti dalla calda corrente neopsichedelica. I benefici si vedono sulla pelle. 88/100 (D.S.)


M
erriweather Post Pavilion è stato, innegabilmente, il disco giusto al momento giusto. Scontatissime le scene di isterismo ed eccitazione del più affezionato pubblico indie, sempre pronto a seguire gli Animal Collective anche nelle profondità degli inferi, anche se avessero rinunciato alla loro americanità ballando, colbacco in testa, sulle rive della Volga; meno scontato, invece, l'apprezzamento di persone più normali, segno che stavolta qualcosa è cambiata davvero. Purtroppo, metterlo in cima ad ogni classifica di fine 2009 è diventato un atto dovuto, una specie di obbligo. Se il disco non lo hai capito, tu, rivista specializzata, sei fuori dal giro. L'hype esistente sugli Animal Collective non è di certo inferiore a quello imputato a certe band di altre scene, crocifisse su un bersaglio e riempite di freccette proprio perché tacciate di essere pompate dalle riviste, ma questo gli indieboyz più true non vorranno mai riconoscerlo. Una volta tanto, però, le buone parole spese su un loro lavoro hanno un fondamento musicale abbastanza solido: il disco lo hanno azzeccato, e come detrattore lo ammetto, inutile nasconderlo sotto il tappeto. Può essere una bella esperienza perdersi nella miriade di suoni e colori di Merriweather Post Pavilion, ma continuo ad avvertire la presenza di un limite che tutte le buone parole spendibili per questo lavoro non riescono a coprire. Non approvo il loro costante bisogno di demolire ogni ottimo spunto melodico (e ce ne sono, nell'album) sommergendolo di suoni e beats storti. Ciò che avviene in "In the Flowers" si ripete sistematicamente in ogni traccia del disco. E' così necessario? Senza queste forzature non sarebbero più gli Animal Collective? Okay, ma di musicisti che riescono a conciliare lato melodico e stranezze, senza eccedere, ne esistono e abbiamo le prove (ultimo, ma non ultimo, Gonjasufi). Bisognerebbe chiedersi che differenza passa tra gli eccessi pop-sintetico-psichedelici degli Animal Collective e quelli chitarristico-progressivo-psichedelici di altri gruppi che non nomineremo (ma avrete sicuramente intuito), al di là di qualche melodia più ricercata e dello status di intoccabili, nonché arruolati dall'altrettanto intoccabile Domino. Appunto, qual è il confine tra la suddetta melodia ricercata e una potenzialmente assillante cantilena (vedere l'infantilismo ossessivo di "Brother Sport", addirittura uno dei brani di punta)? Cosa hanno di davvero speciale i loro suoni scombinati rispetto ad altri volgari pastrocchi che infestano l'etere? Qual è il limite del buon gusto nell'eccesso? Sono album come Merriweather Post Pavilion che reclamano a gran voce un esame di coscienza, sia da parte dei detrattori, sia degli entusiasti. 65/100 (P.R.)


A
pprocciandomi all'ascolto di Merriweather Post Pavilion, poco più di un anno fa, avevo ancora davanti agli occhi quelle orribili fragole spappolate che rappresentavano perfettamente la mia idea sull'album in questione (Strawberry Jam): ridondante e confusionario. Nessuna esaltazione a priori. Che sorpresa, quindi, nel trovarmi di fronte ad una spietata raffica di pezzi-killer, con melodie deliziosamente cantabili e sbrodolamenti ridotti al minimo sindacale. Così, dapprima vagamente frustrato dal non riuscire a trovare possibili capi d'imputazione e poi lentamente catturato dalle varie “My Girls”, “Bluish” e “Lion in a Coma”, eccomi ad ascoltare Merriweather Post Pavilion quasi alla nausea e addirittura ad attendere fiducioso l'esibizione estiva in quel di Ferrara (in apertura ai Tv on the Radio). Quest'ultima si sarebbe poi rivelata a dir poco deludente, non abbastanza tuttavia da inficiare il giudizio su una delle migliori uscite dell'anno 2009; di quelle destinate a rimanere, volenti o nolenti. 75/100 (P.B.)



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H
o sempre associato agli Animal Collective un’idea di freschezza immediata, quella dell’ascolto capace di dare tutto subito, di rinfrancare rapidamente senza lasciare altro. Questo soprattutto alla luce dei ripetuti ma mai completamente soddisfacenti ascolti dei lavori precedenti (mi raccomando, maneggiate con estrema cura). Cercavo in loro un modo rapido per immergermi in un clima disteso e capace di intrattenermi, era l’ascolto dedicato ai miei pensieri più effimeri. Selezionavo canzone per canzone senza cercare omogeneità o senso complessivo nei loro dischi. È stato con "Water Curses" che ho sentito che qualcosa era profondamente cambiato, e in effetti lo era, avendo i ragazzi deciso, a partire da quell’EP, di ridurre la loro formazione a soli tre elementi, con tutte le conseguenze del caso. Per quanto mi riguarda la svolta del collettivo animale è giunta con “if I could just leave my body for the night”, verso contenuto nella introduttiva “In the Flowers”. L’esplosione dei violini sintetizzati e dell’arrangiamento seguente mi ha fatto capire che gli Animal Collective sono in grado di contribuire al modo in cui si può concepire l’evoluzione della musica pop di stampo elettronico. Ora creano linee vocali strepitose, le arricchiscono di seconde voci mai fuori luogo (anche se dal vivo sarebbe meglio le limitassero, non essendo loro proprio dei grandi cantanti), costruiscono solide impalcature elettroniche che, seppur pesanti e ripetitive, ipnotizzano e divertono. Insomma, hanno trovato il giusto equilibrio fra follia e maturità musicale. È così Merriweather Post Pavilion si è rivelato essere un disco capace di intrattenere ma allo stesso tempo conservare un certo fascino ascolto dopo ascolto. Cantarlo tutto a squarciagola in macchina vi renderà peraltro molto più intonati. 80/100 (F.dV.)


I
l grande complotto. Luttazzi, impersonando il leggendario professor Fontecedro, si riferiva così alla letteratura italiana, ma l'espressione torna spesso utile per le varie montature che la stampa, musicale e non, tenta di propinarci. Non sono tra coloro che vanno contro ai fenomeni mediatici per principio, anzi; però è difficile rimanere indifferenti quando si avverte un divario così ampio tra l'esaltazione generale e la realtà dell'ascolto. E l'ascolto di Merriweather Post Pavillon è un piccolo martirio. La partenza con "In the Flowers" è ingannevole: si sente subito che sono i soliti pasticcioni degli album precedenti, non appena arriva senza nesso né logica l'esplosione sonora, ma si avverte anche la melodia, effettivamente gradevole. Tutto sommato pare che abbiano fatto chiarezza nelle loro menti, sembra l'inizio di un album piacevole, per quanto nel loro stile, che personalmente non apprezzo. Invece da quel momento tutto precipita. Gli Animal Collective pensano bene di sommergere ogni accenno melodico (non sia mai che non sembriamo abbastanza alternativi!) in un sottobosco sonoro di cui non si sente davvero il bisogno. Ci espongono ripetutamente alle loro voci stridule che sovrappongono l'una con l'altra, e arrivano addirittura a campionare, con i risultati atroci di "Guys Eyes" e "Tasty". Fanno a pugni con l'elettronica per quasi tutto l'album, dimostrando un'incredibile talento nello scegliere i peggiori loop possibili su cui basare i propri pezzi, si prenda ad esempio "Brother Sport", che nella prima metà tocca inesplorate vette di cacofonia. Tanto è il cattivo gusto di alcune composizioni, che si tira quasi un sospiro di sollievo arrivando alla soporifera "No More Runnin", epitome del tedio in musica, ma che almeno non costringe le orecchie a chiedere una tregua dalle voci del Collettivo. L'esperienza dal vivo è un ottimo strumento per giudicare un gruppo, spesso se ne coglie l'essenza, lo spessore artistico. Gli Animal Collective, visti in occasione del Bands Apart tenutosi a Ferrara la scorsa estate, non fanno che confermare le impressioni avute su disco. La noia regna sovrana per un'ora e quaranta minuti: i tre bianchissimi ragazzotti americani si lanciano in vocalizzi che sarebbe meglio lasciare agli sciamani delle tribù africane, mentre producono beat piatti accompagnati da loop eterni. Per fortuna poi c'erano i Tv on the Radio. 40/100 (G.C.)


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L
a tribù metropolitana di Brooklyn è diventata via via più chiassosa, e ignorare questa ultima uscita è risultato davvero molto difficile anche per l'ascoltatore che si è sempre messo una mano davanti e una dietro di fronte a coloriti indiestrani vari. La reazione all'ascolto non è stata di ribrezzo come si temeva, un pezzo come "My Girls" colpisce nel segno e si stampa in testa dopo pochi ascolti e una delle sensazioni generali è di un positivo benessere virato acido. Rimane in bocca un che di spaesamento però, ci si chiede quale motivo di esistere e quale funzione comunicativa possa avere una proposta del genere. Ce lo si chiede sottovoce, visto l'isterismo collettivo che accompagna gli Animal Collective: possibile rimanere tagliati fuori proprio ora che è arrivata la terza summer of love, porcaccia la miseriaccia? Si riprova ad ascoltarlo, è il disco stesso che ci chiama, ma arrivati poco dopo la metà bisogna cedere le armi, niente da fare. Troppo alto il livello di sopportazione richiesto. Per carità, pregevoli i risultati della ricerca sul linguaggio musicale, siamo sicuri che faranno scuola e che siano degni della massima considerazione. Ma se tutto ciò che rimane del disco è questo, l'effetto è di un arrosto con patate con solo le patate. 55/100 (A.M.)




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