a cura di Louis Panetto
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Scritto da D.S.
heavy post rock. Registrato in più riprese tra Chicago e Los Angeles, con la presenza in studio di Aaron Harris degli ISIS, e pubblicato dalla Southern Lord, il quarto mini album dei Pelican riporta in luce alcune delle migliori qualità della band che ai tempi di The Fire in Our Throats Will Beckon the Thaw ci aveva conquistati con dello splendido post rock al sapore di sludge. Quattro tracce che non raccontano niente di nuovo né al fan né tantomeno al genere, ma che dopo più di un passo falso riescono a smentire chi li dava ormai per spacciati.



74/100
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di Daniele Sassi 

 
Scritto da A.R.
math core. I Coilguns sono un trio svizzero uscito fuori da una costola degli Ocean. Non è un mistero che gli ultimi lavori dei tedeschi abbiano lasciato molto a desiderare, ma niente paura: qui si torna alla riscoperta delle radici hardcore del genere. Furia rinvigorita e consueto mix di parti claustrofobiche con melodie più introverse. Nulla di nuovo all'orizzonte, ma è un EP mathcore ben fatto, registrato di getto e che rende giustizia alla dinamicità che ci vuole offrire il gruppo. Li attendiamo al varco.


zolfo 65/100
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di Alessandro Romeo 

 
Scritto da Daniele Sassi
black hardcore. 33 minuti di violenza allo stato brado. Ignorante come pochi, quello dei Black Breath è il tipico disco da ascoltare sbraitando in macchina. Un macigno di brutalità concentrata, contaminato da tracce di Entombed, Dismember, hardcore sparso a scelta e quel sano pizzico di black metal che rende il tutto più cattivo ancora, se possibile. La produzione è agghiacciante (nel senso buono del termine), anche se a volte troppo pulita per il genere. Dedicato a coloro che provengono da suoni minatori e cercano un ristoro metallurgico violento. Blitzkrieg della consacrazione.

76/100
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di Alessandro Romeo 

 
Scritto da A.R.
post hardcore. Una copertina macabra annuncia il ritorno degli Unsane, e sono mazzate. Non ci sono grandissime novità, ma il nuovo lotto non sfigura affatto se rapportato ai grandi classici degli anni '90. Rimanere coerenti e sfornare lavori di qualità riuscendo a mantenere freschezza: il risultato è un muro sonoro che fa uscire sangue dai timpani e che conduce verso un vortice nichilistico e distorto, esasperato da volumi esagerati e risate da manicomio. E tutto questo è realizzato alla grande con un sapiente mixaggio che mette in evidenza il rottame di melma e chiodi che arriva in pieno volto. È il materializzarsi di un insieme di viscere che sgorgano da lamiere avvelenate. Amici del post hardcore, gli Unsane sono tornati.


78/100
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di Alessandro Romeo

 
Scritto da A.R.
meshuggah style. Archiviato il manierismo poco longevo di ObZen, i cinque folli svedesi si presentano con un lavoro granitico e rinvigorito. Le canzoni sono ben amalgamate nell'alternanza tra momenti di furiosa violenza e respiri più lunghi, risultando più accessibili, nonostante la proverbiale perizia matematico-tempistica. Le tracce abbozzano una certa ricerca nelle composizioni, bilanciata dal mantenimento non forzato del solito suono, marchio di fabbrica della band. Lungi dal paragonarlo al basilare Chaosphere, il risultato è un macigno claustrofobico e impenetrabile che ipnotizza e restituisce uno dei gruppi più influenti e importanti del panorama metal odierno. Il colosso è vivo ed è un demone che ci sorveglia. 


80/100
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di Alessandro Romeo 

 
Scritto da A.R.
sludge. L'assenza di Pepper Keenan non sembra farsi sentire in questo nuovo album dei COC, ritornati al loro nucleo originario. Si temeva un'involuzione dopo l'ennesima reunion, ma l'ascolto scorre piacevole tra sferzate al limite del doom, ritmiche di sabbathiana memoria e momenti tendenti all'hardcore dei bei tempi che furono. Sporco quanto basta, con qualche momento che strizza l'occhiolino al punk, il disco rinfresca la memoria di tutti i nostalgici e accaniti del genere, non aggiungendo nulla di eccessivamente nuovo alla storia del gruppo, a parte la prestazione vocale di tutto rispetto di Mike Dean. Granitico ritorno in cui il mestiere è usato con intelligenza.


72/100
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di Alessandro Romeo

 
Scritto da A.R.
drone ambient. Un monolite può essere smontato, ricompattato e spogliato di tutti i suoi tratti esteriori? La risposta è sì, e il risultato di una tale operazione può anche essere interessante se il soggetto in questione è quel ØØ Void che ha forgiato le basi del drone metal. Quest'incontro con i NWW, nato quasi per caso, esamina in una veste ancora più scarna e spettrale un lavoro qui disgregato nella sua essenza più atomica. Il feedback lascia posto a synth e suoni alienanti che sanno incutere paura e lasciare attoniti. La voce di Pete Stahl, quasi nascosta nell'originale e qui posta su una base industrial ambient, è una piacevole scoperta desolante. Questo è il potere del vuoto.


70/100
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di Alessandro Romeo

 
Scritto da E.G.
sludge factory. Destreggiarsi all’interno della discografia melvinsiana diventa impresa sempre più ardua, al punto che è lecito chiedersi se lo stesso Buzzo ricordi a memoria i titoli di tutti i suoi lavori. A complicare ulteriormente questo rompicapo ultraventicinquenne ci pensa Freak Puke in uscita il 5 giugno, anzi no: c’è prima questo EP gratuito! Spalancate bene le orecchie perché The Bulls & the Bees potrebbe suonarvi stucchevole. Certo, non si tratta della rivoluzione copernicana della musica pesante, eppure gli ingredienti di chi quella rivoluzione l’ha fatta ci sono tutti: lente passeggiate sabbathiane, crisi nevrasteniche, suoni cavernosi e proto-grunge, il tutto con una longevità degna dei tempi migliori. Non chiedetevi che fine abbiano fatto gli altri figli di Seattle, in fondo i Melvins c’erano già da prima.

  75/100
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di Emilio Giannotti 

 
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