Scritto da D.S.
Titolo: Wonder Autore: Knut Anno: 2010 Elemento: alt

altmath sludge. Esce in Europa via Conspiracy e nel mercato americano e giapponese con Hydra Head, il quarto LP degli svizzeri Knut. Ad inciderlo non è stata la stessa formazione di Terraformer (2005) - divenuto nel frattempo sorta di disco culto presso i circoli post metal europei - ma una line up che vede tre nuovi ingressi per altrettante defezioni. Restano gli storici Didier Séverin (voce ed effettistica) e Roderic Mounier (alla batteria), cambiano o sono cambiati da ormai quasi cinque anni gli altri strumentisti. A non cambiare, invece, è lo stile: tutto sommato ancora quello. Se è vero che il cantone francese della Svizzera non è la prima area che ti viene in mente quando pensi ai classici terroir del metal, è ormai altrettanto vero che un po' in tutta Europa s'è radicata questa tendenza all'hardcore di scuola Neurosis, ISIS, Converge... mescolati assieme, ma più o meno sempre lì siamo. Questi Knut se non altro vanno in giro da quindici anni, ne hanno impiegati ben cinque per questo Wonder e non possono certo essere accusati di cavalcare un'onda che in realtà è già da un pezzo in fase calante. Non fa più paura a nessuno il post hardcore. Colpa delle ricalcature in carta carbone di intere poetiche messe in atto da improbabili bande di borghesotti scandinavi, francesi, americani, italiani (braccia molto spesso rubate all'agricoltura, settore assai più nobile e redditizio), e di un naturale calo d'intensità degli attori principali. I cinque di Ginevra si avvalgono ancora una volta della mano di Aaron Turner per l'artwork e a tutto il resto pensano loro, riuscendo anche a raggiungere una discreta profondità sonora in pezzi come "If We Can't Fly, We'll Take the Boat" e "Ultralight Backpacking", vere colonne di un lavoro che altrimenti si regge grazie alla continuità garantita da brevi intermezzi ambient metal. Tutto Wonder è pervaso da un'aria post che non sembra né stucchevole come quella dei recenti Pelican e Red Sparowes, né sentita e risentita mille volte sempre uguale come nei Rosetta o negli stessi A Storm of Light (ma di nomi se ne potrebbero indicare davvero tanti essendo minuscole le differenze di concetto). Semmai il difetto è l'effettiva sostanza, probabilmente scarsa in coefficiente, di un'opera che poco di nuovo offre all'appassionato, che seppur spesso beota, non ha l'anello al naso e ormai se ne accorge. Proprio questo fattore però, al contempo, si rivela anche punto di forza: un disco del genere - conciso e determinato - lo riascolti, altri polpettoni sfornati in serie industriale ormai giusto un fanatico di nero vestito e che indossa il cilicio potrebbe sorbirseli. In definitiva, se ci siete ancora dentro e volete uscirne, passate oltre senza rimorsi di coscienza. Altrimenti, gli orsi Knut tanto male non possono farvi.


63/100
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