Titolo: We're Here Because We're Here
Autore: Anathema
Anno: 2010
Elemento:

emotional (post) metal. La storia degli Anathema è quella di una band che ad un certo punto della sua decente carriera goth / doom metal, si rende conto che oltre il palco, appoggiati alle transenne, sono una schiera di ragazzini di nero vestiti che non ne vogliono sapere di mettere piede là fuori, e che rimpiangono di non essere nati a Capo Nord. Nello stesso periodo, i fratelli Cavanagh si mettono in testa di non dover essere più seguaci dei Paradise Lost, riuscendo nel difficile intento di travisare tutte assieme le poetiche di Radiohead, Nick Drake e Pink Floyd (e non era facile) per applicarle al proprio credo, come se ci fosse una qualche affinità con la loro musica. Non è così infatti, e come succede a tante formazioni metal che d'un tratto si destano e si vergognano di fare quel che stanno facendo, si buttano a capofitto su altri stili musicali, con risultati che definire imbarazzanti è volersi contenere, e fondamentalmente andando contro natura. Vengono in mente non solo gli stessi Paradise Lost, ma anche Manes e Ulver, seppure questi ultimi con un minimo di gusto in più. Ecco, la definizione perfetta per gli Anathema è quella di
gruppo contro natura. E allora giù con la tristezza e le emozioni ad ogni costo, nel dubbio amletico del
"ce la faremo o non ce la faremo assieme, chissà", senza capacitarsi di somigliare più spesso a degli Evanescence post metal che ai Radiohead. Il disco nuovo - dall'illuminante titolo e copertina - doveva essere, nei piani dei roscio-boccoluti, quello della felicità. Se sei triste e ti manca l'allegria, non crogiuolarti più nella malinconoia che uccide a questa età, ma ascolta l'Anathema. I versi - in realtà degni del paroliere di Celine Dion - sarebbero interpretati con minore strazio e anzi, con positività! Andiamo bene. Le canzoni sono dieci e sono spesso costruite sopra ad un arpeggio di chitarra o piano che si ripete all'infinito, prima pulito poi prevedibilmente distorto, per raggiungere finalmente la vetta del monte grande pathos (o il patè d'animo). D'altronde sono prodotte da Steven Wilson - maestro di plastica come pochi altri in circolazione - che le confeziona esattamente come il pubblico degli Anathema, via via sempre più ridotto visto che la gente per fortuna cresce e si rende conto, le aspetta da sei lunghi anni. Tristezza. Gli Anathema riescono nel difficile tentativo di prendere solo i lati negativi di band superiori come per esempio i Sigur Ròs ("Dreaming Light") e cospargerseli beatamente sul petto nudo e villoso come niente fosse. Si ostinano a cantare un inno all'amore assoluto (la già nota "Everything") che neanche alla messa della domenica delle palme, nonostante gli scongiuri dei fan stessi che non sono riusciti nell'obiettivo di non vederlo finire nella tracklist finale dell'album. Quando poi, in apertura del brano successivo, parte un lungo
"only youuuuuu" degno delle performance di Macy Spectra di Beautiful (esatto, la soap opera), diciamo basta, perché è tutto così. E dire che non ascoltiamo mai un album prima di recensirlo, non vorremmo avere dei pregiudizi. Disgustorama.
30/100