L
i avevamo lasciati lì, in balia degli eventi che li circondavano. È passato ormai più di un anno e mezzo dal tragico incidente e da allora le condizioni di
Chi Cheng non sono cambiate di molto. Il definitivo termine delle attività della band californiana sembrava la naturale conseguenza dello sfortunato episodio. Questo andava poi ad aggiungersi all’ormai visibile e costante declino di quelli che potevano essere considerati gli ultimi (e migliori) reduci del
nu metal. Di certo nemmeno i Deftones sono stati risparmiati dall’inevitabile parabola discendente del genere tutto, ma almeno a loro può restare il merito di aver cercato ad ogni modo di mantenere una dignitosa integrità morale, al contrario di altri patetici protagonisti.
Ad ogni modo, nonostante lo stato di coma del bassista, i Deftones decidono di proseguire, sull’ombra oscura del
“Anche Chi avrebbe voluto così”, stimolati certamente dal calorosissimo affetto dei fans. Inoltre dev’essere stato abbastanza seccante dover interrompere bruscamente un album già in avanzato corso d’opera, Eros, lasciando un senso di incompiuto da colmare nel più breve tempo possibile. Tutto questo non ha fatto altro che regalare nuova linfa vitale ai californiani che, una volta archiviato definitivamente Eros, decisero di mettersi alle prese con la lavorazione di un album ex novo, ripescando l’amico Sergio Vega (Quicksand) per rimpiazzare il posto vacante dietro le quattro corde.
Nonostante la fragilità psichica della band e la decadenza del genere, il ritorno dei Deftones viene acclamato a gran voce dalle principali testate di metal e rock alternativo. In fin dei conti anche Moreno contribuisce all’hype attorno all’uscita di questo Diamond Eyes mettendoci del suo, definendo il suo sound come una contaminazione tra
White Pony e Around the Fur. Non fa quasi tenerezza nel sostenere un paragone così audace? Accostarsi a due tra i lavori più rappresentativi e riusciti della scena nu metal con il solo scopo di alimentare le chiacchiere attorno alle novità della band è un po’ azzardato, in effetti. Eppure Chino è riuscito comunque nel suo intento, riportando i Deftones prepotentemente sotto l’attenzione di tutti, nonostante Diamond Eyes non avrà mai né la spudoratezza e la spontaneità di Around the Fur, né la ruvida eleganza di White Pony. Per lo meno questo è il chiaro segnale che anche secondo lo stesso cantante è più saggio fare un passo indietro di riassestamento, nel tentativo di rifiutare i pesanti cali di ispirazione che hanno caratterizzato il self titled e Saturday Night Wrist.
Diamond Eyes è un album onesto, tuttavia, e a questo punto vien da pensare che davvero non avrebbero potuto far di meglio. Diciamo che se proprio bisogna ancora oggi accanirsi ad ascoltare certo crossover di ieri o post core di oggi – o ciò che più potrebbe avvicinarsi – allora meglio ascoltare questa nuova versione dei Deftones, piuttosto che perder tempo in imbarazzanti personaggi che ancora ci credono o in giovani derivati convinti di aver scoperto l’acqua calda. Se proprio dovete, insomma, meglio soffermarsi qui e addentrarsi nell’ascolto a partire da “Diamond Eyes”, traccia che dà titolo all’album, e constatare che di cattiveria e urgenza espressiva nel gruppo di Sacramento non c’è quasi più traccia. Resta però visibile almeno nelle liriche di Moreno una voglia, comprensibile, di esorcizzare le loro fragilità, lo spirito di Cheng, la vulnerabilità della vita contro la morte (attenzione, basta parlare di svolta EMO).

Carpenter sembra in parte riappropriarsi del proprio strumento rispetto alle sue performance in era post-Pony. Pur senza reinventarsi di una virgola riesce a piazzare qualche discreta serie di riff almeno apprezzabili come in “You’ve Seen the Butcher”, quasi stoner, e in “CMND/CTRL”, mantenendo la potenza e l’impatto del lavoro su livello abbastanza elevati. Ma questo non è l’unico stratagemma adottato per prendere le distanze da Saturday Night Wrist e Deftones e allo stesso tempo avvicinarsi di più alle sonorità di White Pony. L’apice in questo senso è forse raggiunto durante “Prince” dove la sezione ritmica esagera davvero nell’emulazione dei Deftones stessi, riproducendo uno stridente omaggio a mezza via tra "Digital Bath" e "RX Queen". Si susseguono di conseguenza una serie di momenti già sentiti, tipici del marchio di fabbrica della band californiana, anche se comunque dignitosi, come il soft/loud di “Beauty School”, il pesante magma sonoro del pezzo portante dell’album, “Rocket Skates”, e la chiusura criptica di “This Place Is Death”. Nel complesso sembra che sia il solito Chino a svettare sugli altri. I testi e le interessanti linee vocali dimostrano la buona forma fisica del frontman che con la sua personalità e la sua attitudine è in grado di rendere godibili anche i pezzi meno indispensabili per la riuscita del lavoro.
Nel complesso Diamond Eyes riesce quasi miracolosamente a ridonare smalto ad una band ormai data per spacciata, non solo musicalmente. È un album però che verrà apprezzato più che altro per essere il risultato di un anno difficile, oltre che per uscire direttamente dopo due mezzi passi falsi. Difficilmente brillerà di luce propria.