mmetto che quando, nell'oramai lontanto 2006, iniziò a circolare la voce che Jerry Cantrell e gli altri membri superstiti degli Alice In Chains si sarebbero riuniti per alcune esibizioni dal vivo con William Duvall, cantante dei Comes With the Fall, al posto di Layne Staley, la notizia mi fece davvero molto piacere. Pensavo potesse essere un bel modo per dare un ultimo saluto alla nutritissima schiera di fans e per rendere omaggio al loro indimenticato vocalist, al quale, è bene sottolinearlo, si deve anche il nome della formazione.
Ho sempre considerato l'alchimia della strana coppia Staley-Cantrell la dimostrazione lampante di come la musica sia a volte capace di tenere unite personalità tra loro diversissime. Da una parte Jerry Cantrell, chitarrista di talento, ma fin troppo consapevole dei propri mezzi, dai modi indisponenti e desideroso di essere sempre al centro dell'attenzione. Uno che fin dagli esordi aveva lasciato intendere che il suo principale obiettivo era quello di divenire una star di prima grandezza e che all'interno dell'effervescente scena musicale di
Seattle dei primi anni '90 era visto dagli altri musicisti, che vivevano a stretto contatto l'uno con l'altro, come una sorta di alieno. Dall'altra Layne Staley, anima fragile e dannata, benvoluto da tutti, capace, con la sua voce particolarissima, cupa ed espressiva, di esprimere al meglio i tormenti ed il disagio interiore di un'intera generazione.
Chi li ha conosciuti bene, ha sempre affermato che l'affetto e la stima reciproca tra i due erano autentici. Qualcosa nei loro rapporti si incrinò, forse, solo negli ultimi anni di vita della band, quando Cantrell, anche a causa dei problemi sempre più evidenti di Layne con le droghe, cercò di prendere il totale controllo della situazione.

Dando alle stampe questo Black Gives Way to Blue, Cantrell ha purtroppo dimostrato una volta di più di avere un ego spropositato e, cosa ben più grave, ha mancato di rispetto verso l'amico prematuramente scomparso.
Ho amato gli Alice in Chains per la loro capacità di dar vita ad atmosfere decadenti e malate, per il loro songwriting sentito e incisivo (almeno negli episodi più riusciti della loro discografia), per quei riff distorti capaci di esprimere depravazione e senso di alienazione come mille parole non sarebbero mai state in grado di fare, per le voci sovraincise, cariche di angoscia e autentico male di vivere.
Quegli Alice in Chains, però, erano Jerry Cantrell E Layne Staley.
Cantrell, invece di portare avanti una dignitosa carriera solista o dar vita a qualche nuovo progetto e/o collaborazione, ha deciso di appropriarsi di un giocattolo che funzionava non solo per merito suo.
Il risultato è un disco senz'anima, che potrebbe avere un senso giusto se fosse un tributo realizzato da una cover band degli Alice in Chains e che non si salva certo per la sola presenza del pianoforte di Elton John nell'omonima ballata finale.
Il singolo di lancio "Check my Brain", d'altra parte, sintetizza alla perfezione quello che è possibile rinvenire su questo album: il riff iniziale di Cantrell, oggettivamente molto efficace, per un attimo ti illude, ma il brano si appiattisce subito, sviluppandosi in un modo a dir poco banale. Il testo, poi, è semplicemente agghiacciante:
"California, I'm fine
Somebody check my brain
California's all right
Somebody check my brain" Riuscite ad immaginare Layne Staley cantare una roba del genere? Io, francamente, no.
Gli Alice In Chains sono sempre stati una formazione dal sound oscuro e il loro front-man, con la sua vita di eccessi, era l'immagine perfetta di ciò che la loro musica voleva trasmettere: senso di vuoto, malattia, mancanza di valori cui aggrapparsi.
La California, con tutto l'immaginario ad essa ricollegata, NON può appartenere ad un gruppo come questo, così lontano dal sole e da certi stereotipi da Venice Beach.
Anche se all'interno della band la maggior parte del lavoro di composizione è sempre stato svolto da Cantrell, sono convinto che Layne, almeno fino a quando le condizioni di salute glielo hanno consentito, abbia dato un contributo fondamentale alla stesura dei testi e fornito indicazioni ben precise sul mood complessivo che voleva fosse ricreato.
Ora che il cantante è il mediocre William Duvall, semplicemente patetico nei suoi tentativi di imitare lo stile di Staley, Cantrell è libero di fare tutto ciò che vuole. In realtà, in più di un episodio si sente più la voce dello stesso Cantrell che quella di Duvall. I volumi delle voci risultano infatti sproporzionati come nell'omonimo disco del 1995, quando Jerry già stava tentando di relegare in un angolo Layne, tanto da risultare lui il cantante principale in brani come "Grind" e "Heaven Beside You". Duvall è una scusa per Cantrell. La scusa per rientrare dalla porta principale col nome Alice in Chains ed essere finalmente riconosciuto come leader autentico del gruppo, magari giustificando il tutto sostenendo che si tratta di un tributo a Layne.
E il risultato è questo.
Il resto del disco, d'altra parte, procede sulla stessa falsariga, alternando innocui brani rock da arena ("Lesson Learned", "Take Her Out"), improbabili divagazioni metal alla "Enter Sandman" ("Last of My Kind", l'interminabile "A Looking in View") e ballatone strappalacrime con le quali Jerry spera di far breccia nel cuore delle teenagers di mezzo mondo ("Your Decision", "Black Gives Way to Blue").
Da salvare giusto "When The Sun Rose Again", cupo pezzo acustico che si lascia apprezzare per il suo elegante incedere, vagamente sabbathiano. Troppo poco, ovviamente.

In estrema sintesi, questo album non è altro che una bella scatola vuota. Se siete in cerca di emozioni, di sentimenti veri, di vita vissuta, rivolgetevi altrove. Chi scrive, peraltro, dubita fortemente che questo progetto sia destinato ad avere grande successo e durare a lungo. Troppo tempo è passato, troppa la differenza di qualità rispetto ai vecchi Alice in Chains, troppi i punti di domanda. Al massimo potranno funzionare dal vivo per un po', ma è facile pronosticare una rapida uscita di scena, esattamente come è stato per le seconde e terze versioni di Genesis, Black Sabbath, ecc.
Pensiero a margine: Cantrell con questo disco a tutti gli effetti si inserisce sulla scia dei vari
Chris Cornell, Billy Corgan, Trent Reznor... Tutti campioni indiscussi del rock alternativo a stelle e strisce della prima metà degli anni '90, tutti attratti dal successo facile e incapaci di mantenere uno minimo di integrità artistica una volta raggiunti i primi posti nelle charts mondiali e superato il fatidico traguardo delle quaranta primavere. Per contro, tutti i big inglesi di quel periodo, da Thom Yorke a Damon Albarn, da
Jarvis Cocker a Brett Anderson, fino a
Noel Gallagher, all'epoca un po' troppo frettolosamente liquidati come easy-listening non solo dagli appassionati, ma anche da buona parte della critica e della stampa specializzata, nel corso di tutti questi anni, tra alti e bassi, hanno comunque saputo mantenere una coerenza di fondo che non può non essere rimarcata.
Che sia giunto il momento di superare certi (pre)giudizi?