Scritto da G.F.
Titolo: Blue Record Autore: Baroness Anno: 2009 Elemento:

Q
uando, un paio d'anni fa, pubblicarono The Red Album, i Baroness da Savannah, Georgia suscitarono un discreto interesse negli addetti ai lavori. l disco era simile alla prima frase di questa recensione: lungo, intricato, ricco di informazioni e (diciamocelo) tremendamente interessante. Pagava, è vero, un notevole tributo ai Mastodon degli esordi, riproponendo le trame complesse di Remission e l'impatto di Leviathan in una versione estetizzata e meno d'impatto.

Ora, a due anni e un chitarrista di distanza, i Baroness cambiano colore e scelgono il blu per la loro seconda fatica. Non sappiamo se sia una questione di scelta cromatica, artistica o una somma delle due cose, ma il cambio di direzione è abbastanza netto, seppur non radicale. Rispetto al primo lavoro, The Blue Record accantona quasi completamente (o quantomeno lo relega a un ruolo marginale) il metal classico, al quale paga solo qualche omaggio qui e là – si ascolti per esempio l'introduttiva "Bullhead's Psalm", che suona ancor più Metallica dei pezzi dei Mastodon che suonano Metallica. D'altro canto, i Baroness hanno anche detto addio alla psichedelia più spinta che compariva qui e là nel Red Album, tingendolo di sfumature non distanti da certi ISIS o dal postrock di seconda generazione. Hanno anche accorciato e asciugato le composizioni, scrivendo quello che, per certi versi, può essere considerato a tutti gli effetti un disco hard rock.
Sicuro, non mancano né le smetallate pesanti né i momenti southern/acustici, ma tutto sommato sono secondarie rispetto alla struttura del disco, meno simile alle montagne russe del Red Album e paragonabile piuttosto a una gita in barca.

Sì, The Blue Record è, nonostante tutto, rilassante e ricco d'atmosfera, anche nei suoi momenti più duri. Questo è contemporaneamente il suo miglior pregio e il suo più grande limite: a partire dal suono di batteria, sottile e relegato in secondo piano, proseguendo con alcune linee vocali melodiche un po' troppo forzate, ci sono, qua e là, elementi e scelte che ammosciano il tono generale del lavoro. Sicuro, rispetto al primo disco l'ascolto completo (e magari anche ripetuto) è molto più facile e scorrevole. Sicuro, aver limato qualche spigolo li renderà appetibili anche ai non addetti al metallo.
Eppure, eppure. Eppure per ogni difetto del Red Album che è stato corretto ce n'è un altro che spunta, e che nel lavoro precedente mancava. Ecco perché non si può parlare propriamente di "miglioramento" o "passo avanti", quanto piuttosto di "slittamento laterale". I Baroness hanno scritto un disco che è "altro" rispetto all'esordio, che farà contenti coloro che non apprezzavano certi ruvidezze e un eccessivo eclettismo del Red Album e che, per converso, lascerà con l'amaro in bocca chi si aspettava un Leviathan targato Baroness e che, invece, ha ottenuto un Crack The Skye.

Con una differenza fondamentale: The Blue Record è comunque più a fuoco, meno dispersivo, meglio scritto e più interessante di Crack The Skye. Se siete rimasti delusi dal ritorno dei Mastodon, rivolgetevi ai loro vicini di casa per questo 2009.
75/100
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