Titolo: Wylit Autore: Black Math Horseman Anno: 2009 Elemento: 

Per una volta le definizioni possono essere utili. Psych rock di natura alchemica, ambient metal esoterico, doom visionario. Wylit dei Black Math Horseman non tradisce la tradizione del deserto californiano che i quattro ragazzi di Los Angeles conoscono bene: ci sono tutti gli elementi che uno si aspetta di trovare in un rituale di matrice stoner, entro un'atmosfera che sa tanto di vespro in attesa dell'apocalisse piuttosto che di mera riproposizione degli stilemi che hanno reso grandi i Monster Magnet o i
Kyuss. Proprio Scott Reeder - bassista dei Kyuss di ultima generazione - ne è il gran cerimoniere, dirigendo le operazioni in quanto professore in materia, oltre che amico e compagno di avventura del batterista Sasha Popovic nel progetto Butcher, per altro per niente distante dalle coordinate dei Black Math Horseman. Fra tanti nomi, ce n'è uno in particolare che unisce i cospiratori in causa, ed è quello dei
Tool. I Butcher sono guidati dalla voce di Camella Grace, moglie di Adam Jones, mentre nei Black Math Horseman c'è Sera Timms dietro l'asta del microfono, oltre che al basso. Sera ha girato lo splendido video degli
ISIS "Not in Rivers but in Drops"... ed ecco che il cerchio si chiude. Manca soltanto la partecipazione dei quattro come supporter di un tour dei Tool o degli ISIS, idea forse non campata in aria di questi tempi. Sasha Popovic e Scott Reeder sono da anni parte della stretta compagnia di bevute ed asados che vede anche le partecipazioni di Buzz Osbourne e degli
Sturgeon, recentemente presentati su queste pagine. E' una combriccola che condivide ideali rock e sonorità ruvide, costantemente ricercate anche nel pur visionario Wylit. Si tratta di un album di sole sei tracce per quasi 38 minuti di musica, tutto sommato concrete e mai eccessive nel deviare dalla natura stoner verso direzioni psichedeliche o linee melodiche astruse (difetto forse rintracciabile nei Butcher invece), riportando anzi alla memoria la Jarboe dei migliori
Swans. Tra le fessure si scorge un approccio e quindi una produzione piuttosto domestica e artigianale, con la rinuncia per volontà artistica ad un'alta definizione che se da un lato avrebbe giovato nel rendere compatto e ben modulato il suono, dall'altro sarebbe anche potuta risultare fuori luogo per un disco che di questi tempi non può che essere diretto ad un pubblico underground: i Black Math Horseman hanno zero possibilità di piacere quanto i padroni dello stoner, ma possono invece farsi apprezzare a chi cerca un diversivo rispetto all'ormai saturo modello
post-hardcore.
70/100