Scritto da M.U.

Titolo: Strange Cousins from the West Autore: Clutch Anno: 2009 Elemento:


S
trana sorte quella toccata ai Clutch. Attiva ormai da quasi un ventennio con un nutrito seguito di appassionati sostenitori, la band di Germantown, Maryland non ha mai raggiunto il successo commerciale vero e proprio, pur vantando una discografia se non impeccabile almeno priva di grossolani errori. E' fin dall'esordio Transnational Speedaway Language che i Clutch vanno cercando un suono vivido e riconoscibilissimo, partendo da una matrice più hardcore fino a raggiungere, tra fumo e whiskey, quello che oggi è il loro marchio di fabbrica: blues dal profondo Sud degli Stati Uniti, affogato in una chitarra dal groove assolutamente micidiale. E' in particolare nelle opere più recenti, a partire da Blast Tyrant in poi, che i Clutch perfezionano il loro stile, raggiungendo i consensi della critica più disparata distinguendosi per la capacità di dare ad ogni opera una vita propria e sfumature che la differenziano in qualche modo dalle precedenti e dalle successive. Fatto proprio il blues, basti pensare alla citazione di "John the Revelator" in "Profits of Doom" e di Muddy Waters in "Electric Worry", ridefinite le immancabile influenze seventies, i Clutch giungono dopo un terzetto di album di grande spessore alla loro ultima prova: Strange Cousins from the West.

Partiamo dalla fine, per una volta. I Clutch hanno fatto centro di nuovo, i fan non resteranno delusi, e anzi possiamo azzardarci a dire che a questo giro potrebbero conquistare nuove leve. In un'epoca di ripescaggio e riscoperta, i Clutch si fiondano a testa alta nella tradizione del blues, proseguendo quindi il loro infaticabile percorso. Una strada certamente anacronistica e non particolarmente innovativa che, in un'epoca come la nostra con un occhio sempre puntato al passato, può essere vista come il male minore, ma che in un modo o nell'altro rimane il limite più grande dei Clutch. E' questa, in effetti, la critica concreta da muovere nei loro confronti. La musica c'è, le canzoni sono al loro posto come avremo modo di vedere a breve e ci sono anche i singoli elementi che rinfrescano il loro suono. Tuttavia, Strange Cousins from the West è strettamente ancorato ad un passato che ne circoscrive l'originalità, e sappiamo benissimo che i Clutch originali non lo sono mai stati e che, del resto, non gliene importi un accidente.

L'apertura con la chitarra slide di "Motherless Child" è sintomatica di questo discorso: ci trascina subito nella terra dei Clutch, in un tempo lontanissimo e in aperto contrasto con i giorni nostri. Pochi secondi, ed il granitico estro chitarristico, pulsante come sempre, di Tim Sult fa il suo ingresso. Si nota subito la differenza marcata anche se non sostanziale con il precedente From Beale Street to Oblivion: la sezione ritmica è meno prepotente, l'organo è praticamente scomparso e i riff avvolgono l'ascoltatore invece di travolgerlo. Perfino Neil Fallon sembra aver trovato una sua, chiamiamola così, pace interiore. Manca il tiro assassino, costante fino a questo ultimo lavoro, e trova spazio un'attenzione verso il rock meno aggressivo, blues più che mai nel midollo, che fa di Strange Cousins from the West, da questo punto di vista, l'album più "vecchio" dei Clutch. Gli anni '70 si fanno ovviamente sentire fra le note di molti pezzi, prendiamo ad esempio "50,000 Unstoppable Watts": buttiamo i White Stripes nel Mississippi e quando riemergono potremmo sentire qualcosa di simile. "Abraham Lincoln" è un inno al southern rock tutto, qualcosa che gli ultimi Down andavano cercando e che bicchiere in mano non dovrebbe mancare ad un concerto dei Clutch che si rispetti. Menzione speciale per "Let a Poor Man Be", simbolo per eccellenza della nuova evoluzione del suono Clutch, un'esecuzione davvero impeccabile in ogni suo aspetto, e per la chiusura tutta in spagnolo di "Algo Ha Cambiado" che ci tiene inchiodati al bancone del bar pronti ad ordinare una nuova bottiglia di whiskey. "Minotaur", invece, rimane il pezzo meno incisivo del lotto, testardo nel riproporre la consolidata formula senza fornire spunti realmente memorabili. Per fortuna gli fanno seguito da "The Amazing Kreskin" e "Witchdoctor", altre brillanti incursioni nella musica di colore da parte di alcuni dei bianchi più neri nel panorama musicale odierno.
Di fatto Strange Cousins from the West non risulta riuscito al pari di Blast Tyrant o Robot Hive/Exodus, eppure lungo questa strada è difficile per i Clutch trovare ostacoli di qualsivoglia genere. Neil Fallon è al massimo della forma, grande nelle linee vocali più che in passato, è lui in effetti ad offrire la migliore prestazione questa volta, laddove fino a qualche anno fa era più arduo individuare l'eccellenza sopra il resto.
Nell'ostinato revival contemporaneo, i Clutch rappresentano una convincente garanzia di qualità. Sarebbe ora di riconoscere loro il giusto valore, di certo superiore a molti altri che cercano indietro nel tempo le proprie idee. Senza inventare nulla, Strange Cousins from the West è l'album che in fondo ci si aspettava dai Clutch di oggi. Non il loro capolavoro, un gradino sotto le ultime tre produzioni ad essere sinceri, nonostante abbia i suoi grandi momenti. Volete del sano rock suonato da redneck senza speranza? L'avete trovato.



75/100

 

http://www.pro-rock.com/ (Sito ufficiale)

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