Titolo: In a Dark Tongue Autore: Harvestman Anno: 2009 Elemento: 

Steve Von Till è spesso riconosciuto come l'anima più spirituale dei decani Neurosis, un personaggio dotato di visioni metafisiche e profonde induzioni pseudo-intellettuali. Nei suoi progetti paralleli ha raccontato con alterna attenzione della critica paesi e paesaggi dell'America più rurale, forse più vera ma non per questo più affascinante di quella metropolitana, anzi.
Desolazione e
folk sono i due concetti chiave dietro ai lavori a suo nome, mentre sotto lo pseudonimo Harvestman, Von Till si dedica ad un ambient psichedelico dominato dalla chitarra e figlio della scuola Earth. Pressoché completamente strumentale, In a Dark Tongue è il secondo capitolo della saga e presenta Al Cisneros (Sleep, Om) e Alex Hall dei Grails come ospiti cospiratori. Come si evince dalla copertina, il disco si propone di concretizzare un'ideale colonna sonora della fitta foresta misteriosa, popolata da ombre e figure mitologiche come il notorio
homo cervus. Proprio a battute di caccia ai cervi il signor Steve Von Till - il grande spirituale dei Neurosis - partecipa, al fine di poter appendere nel proprio salotto la testa dell'animale ucciso, come d'altronde ogni buon americano tradizionalista deve fare. Insomma, nella testolina del bravo Steve non c'è il sogno metafisico e apocalittico da tramutare in musica nera come la pece che piace tanto agli adolescenti, ma la fantasticheria dell'immaginario delle sue esperienze ricreative quali, nello specifico, la caccia. L'album intraprende una via affascinante, le prime tre tracce pur senza creando nulla ex novo, riescono nel trascinare l'ascoltatore in trance quasi completa, avvolgendolo di un'atmosfera non sofisticata ma di perfetta introduzione ad un nocciolo che non arriva mai. Quello di In a Dark Tongue è un labirinto di cui è troppo facile trovare la via d'uscita, rappresentata dal tasto di skip che non può non farsi incandescente durante il pasticcio psichedelico di "By Wind and Sun": chi mai può avere 13 minuti della propria vita da buttare via così? La banalità delle scelte sonore si fa palese in "The Hawk of Achill", un'inconcludente progressione di null'altro che effettacci di seconda o terza mano, mentre dallo stato di trance ci si era già del tutto risvegliati con "Eibhli Ghail Chiuin Ni Chearbhail", un penoso inno della foresta tirato fuori dal manico di una chitarra che forse sarebbe stato meglio lasciare nello sgabuzzino. Altrove c'è la ricerca di evocare atmosfere del tutto prossime a quelle degli Earth, ma con risultati francamente inconcludenti. In definitiva un album vuoto, senza
raison d'être alcuna, ma di cui qualcuno vorrebbe magari anche nutrirsi come fosse carne degli dei. Trascurabile.
50/100