Scritto da P.R.
Titolo: Watershed Autore: Opeth Anno: 2008 Elemento:

Ogni volta che esce un disco degli Opeth il mondo del metallo attende fremente L'Opera. Considerati da fan ed estimatori come maestri indiscussi, non possono sbagliare neanche pubblicando un album come Damnation. Fino a Deliverance (escluso) c'erano, avevano avuto un'evoluzione coerente lasciando una traccia nel mondo del metal, ma poi? Quand'è che chi li segue con attenzione si è reso conto che esiste un confine tra quello che possono dare gli Opeth al Metal del 2000 e la stima cieca che nutrono nei loro confronti? Perché per Watershed si sono spese ancora una volta parole estremamente positive, senza prendere in considerazione il fatto che il metal si è mosso (e si muove) in un'altra direzione. Intendendo con quel termine non il solito disco heavy/thrash/death/black fotocopia e già sentito e strasentito, ma un suono che sia veramente moderno e veramente "progressive", nel senso di "nuovo", "che guarda avanti". Perché Watershed non guarda per niente avanti, è la solita roba con l'aggravante di essere ancora più "prog" nel senso becero del termine. Tanti cambi di tempo, pause atmosferiche di qualche secondo per poi tornare a pestare duro, ritmi tanto intricati quanto inutili e via dicendo. A tratti, sentendo certi riff fuori dal loro contesto, si può pensare che forse gli Opeth siano tornati con un disco che rispecchia in pieno il loro stile, forse anche ispirato. Purtroppo non è affatto così, perché il risultato è lo stesso che si sarebbe ottenuto scrivendo delle canzoni, frullandole e facendone un collage con i pezzi, piazzandoli a caso. Un pasticcio. Esempio migliore dell'orribile carosello del sesto minuto di "The Lotus Eater" non c'è, c'è invece da rifiutarsi di credere che sia la stessa gente che ha scritto un album come Morningrise e canzoni come "Black Rose Immortal" o "The Drapery Falls". Tutto questo è il chiaro risultato dell'alleanza con i campioni del prog metal, i Dream Theater, che di questi abbellimenti ne sanno a pacchi e fanno scuola. Quando invece le canzoni hanno una struttura più semplice le si fanno scadere nel patetico ("Coil") o le si tira per le lunghe fino all'agonia più totale ("Burden"). Dopo tutto questo diventa inutile il tentativo delle ultime due tracce, venute su un po' meglio, di risollevare anche solo di poco la situazione.
Per carità, ognuno è libero di emozionarsi anche con questo, se gli va, ma noi non possiamo supportare una cosa così. Sì, il Metal del 2000 sta da tutt'altra parte, fortunatamente.

40/100 
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