Ciò è realizzato attraverso una tendenza innodica e incoraggiante, sebbene ci sia un forte retrogusto malinconico, ma non dimesso.
I testi sono più articolati e fanno pienamente parte del mood del disco: non pienamente espliciti né particolarmente descrittivi, esprimono appunto la volontà di cambiare, anche se ciò può voler significare conformarsi a tutto quello contro cui si è sempre indirizzata la propria rabbia.
Ma non c’è rimpianto, né sensazione di sconfitta, tuttalpiù una rassegnazione consapevole e matura.
Le sensazioni provocate da esperienze psichedeliche dello stesso Broadrick, spesso in solitario e in luoghi non civilizzati, la fanno da padrone; è spesso evocata la presenza di entità superiori e distaccate, a volte salvifiche e a volte distruttrici, ma sempre lontane, vaghe e intoccabili, cui Justin si rivolge (quasi come un novello Leopardi), ora chiedendo aiuto, ora deprecandole.
Musicalmente il disco è meno aggressivo: le ritmiche (affidate a Diarmuid Dalton al basso e a Ted Parsons alla batteria) e i riff della 7 corde di Broadrick, pur pesanti, vengono rallentati, donando un senso, estremamente avvincente, di abbandono e di leggerezza. L’uso della voce, anch'essa lenta, monotona e quasi ipnotica, innalza ancora di più il livello di coinvolgimento di un lavoro che in ogni caso è tutto fuorché monocorde, anzi è estremamente efficace sia nelle sue parti più tirate che in quelle più sognanti.
Oltre quindi ai tipici stilemi di sue opere precedenti, va citata la presenza dello shoegaze dei conterranei Jesus and Mary Chain e Ride, il quale influenza il modo in cui il rumore sporca la melodia, creata perlopiù con basi elettroniche.
Ma tale influenza non è sicuramente una scopiazzatura, poiché la mano e il tocco di JKB rendono originale e particolare il tutto, come spesso è successo nella sua carriera e come si può evincere mettendo Conqueror vicino alle altre uscite contemporanee.