Scritto da G.F.
Titolo: Kollapse Autore: Breach Anno: 2001 Etichetta: Burning Heart Elemento:
C'
è stato un momento, sul finire del millennio passato, in cui sembrava esistesse solo il post. La musica è morta, dicevano, il rock è morto, il metal è morto, il punk è morto. E allora suoniamo il postrock, e allora suoniamo il postmetal, e allora suoniamo il postpunk, o il posthardcore che dir si voglia. E lo si è suonato eccome. Dovunque, comunque, in ogni luogo e tempo. C'erano i Coalesce che rifacevano i Led Zeppelin drogati di punk ('There Is Nothing New Under The Sun', anyone?), c'erano i Botch che rifacevano i Carmina Burana con gli urlacci punk, c'erano i primissimi vagiti dei Cave In, e prima ancora i fondamentali Today Is The Day dei vari 'Supernova' e 'Temple Of The Morning Star', e i Dillinger Escape Plan, e chissà quanti altri, altrettanto validi ma meno fortunati - tra i quali vale la pena di citare i Mindrot, limpidissimo esempio di fusione tra sonorità post-qualcosa e metallo deprimente di matrice inglese.
E poi arrivatono le "seconde generazioni", tipo gli schizzatissimi Converge, o i Cult Of Luna, e persino quel metallaro incallito di Thomas Lindberg che tira fuori i The Great Deceiver...
... e via discorrendo. Un marasma sonoro sostenuto (soprattutto) da Relapse, Hydra Head, Burning Heart, incredibile per quantità e qualità, nel quale è davvero complesso districarsi.
Certo è che, per comprendere appieno questo breve ma devastante periodo, è impossibile non citare il nome dei Breach. Svedesi, nati dalle ceneri di tali Superdong nel 1993, sono tra i principali artefici della fusione tra l’urgenza punk e la psichedelia. Assimilata e rigirata a modo loro, trasformata in tensione primordiale e angoscia dell’attesa, attesa di qualcosa, di qualsiasi cosa. Chiunque sia entrato in contatto con ‘Kollapse’, il loro (purtroppo) ultimo lavoro prima dello scioglimento, lo potrà testimoniare: la musica dei Breach è soprattutto attesa, e i momenti di vuoto sono più spaventosi e affossanti di quelli di pieno.
Come spesso accade nel caso di opere d’arte sonore, il primo aiuto alla comprensione viene dal supporto visivo. La copertina di ‘Kollapse’, completamente grigia, uno skyline bianco, il profilo di un aereo sul punto di
atterrare? schiantarsi? riprendere quota?
è la miglior presentazione per la musica del gruppo. Che quando decide di pestare sull’acceleratore ci riesce meglio di molti altri colleghi (‘Murder Kings And Killer Queens’ è una botta sui denti, per dirne una). Ma che fa davvero male quando rallenta, rarefa, disfa. L’angoscia di ‘Teeth Out’, di quel dannato glockenspiel (sic) che ti entra nel cervello e inizia a scavare, e la sensazione di disastro imminente che permea tutte le composizioni, il risucchio… tutti i peggiori incubi di ogni sano ascoltatore di musica si fanno realtà. Ogni istante potrebbe succedere qualcosa, qualcosa di doloroso, un impatto, una caduta, un colpo alla testa, non c’è modo di rilassarsi, di prendersi un attimo di pausa; quasi si accolgono con sollievo le (poche) composizioni più legate al caro, vecchio hardcore (‘Old Ass Player’, ‘Lost Crew’), ad ogni modo sorrette anch’esse da schizzi vocali degni di un ospedale psichiatrico.
Il leitmotif è sempre quello e se ne potrebbe scrivere per ore: pazzia, incubo, angoscia, attesa, collasso, eccetera, eccetera, eccetera. Certo è che scriverne (e leggerne) non è come sentire, e allora perché non fare di tutto per recuperare questo piccolo gioiello degli anni ’90? In fondo, se oggi possiamo parlare dei Cult Of Luna o dei Great Deceiver, se i Steve Austin ha avuto il coraggio di pubblicare ‘Sadness Will Prevail’, se persino gli Isis sono diventati quella mostruosità che conosciamo oggi, il merito è anche di questi ragazzi svedesi.
L’aereo è decollato, il collasso è imminente, aspettano solo voi.
01. Big Strong Boss
02. Old Ass Player
03. Sphincter Ani
04. Alarma
05. Lost Crew
06. Teeth Out
07. Breathing Dust
08. Mr. Marshall
09. Seven
10. Murder Kings and Killer Queens
11. Kollapse
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