Titolo: A Dramatic Turn of Events
Autore: Dream Theater
Anno: 2011
Elemento:
atrocity exhibition. Sì signori, con un tempismo chirurgico quantomeno sospetto è arrivato di nuovo il momento che tutti aspettavate. I Dream Theater, sopravvissuti all’immane tragedia secolare di un anno fa, ovvero l’abbandono (temporaneo?) dell’interista Mike Portnoy, sostituito con tale Mike Mangini, ci propongono il loro undicesimo album. Chiunque avrebbe gridato pietà già da alcuni anni, ma no: a quanto pare questa gente prende il masochismo come una missione di vita. A mali estremi, estremi rimedi dunque. Si parte con il singolo apripista “On the Backs of Angels”, esempio abbastanza generico di bruttura alla Dream Theater: atmosfera pseudo-esoterica di plastica (rinforzata dalla copertina, cosmica e sublime), attacco melodico che più stereotipato di così non si può,
"we spiral towards disaster", niente di nuovo. Ma, che ci crediate o meno, passando al pezzo successivo assistiamo al miracolo: la scoperta di un nuovo sottolivello. Basta il primo minuto di “Build Me Up, Break Me Down” per la definitiva trasformazione del Teatro del Sogno nei Linkin Park: intro stile nu-metal, melodia ridicola e un testo infantile si uniscono per creare un sottoprodotto di canzone senza un briciolo di senso artistico. E che dire del passaggio musicale più pigro della storia di “Lost Not Forgotten”, poco prima dei due minuti? Un’unica nota ripetuta alla nausea, seguita dall’immancabile supersonica suite strumentale in cui ognuno sfoga la propria repressione sess- cioè, la loro inventiva artistica, con l’indispensabile aggiunta del tastierista verso i 6 minuti e mezzo. Non ci provano neanche. “This Is the Life” (titolo da soap opera) è l’ennesima, inutile ballad smielata che denota l’ignoranza di questo gruppo, sempre convinto che l’intero mondo musicale si divida in pezzi rock/metal/action power e serenate strappalacrime, fascisti e comunisti. Non può che essere quindi un ricettacolo di luoghi comuni, per cui skip, non vogliamo neanche sapere come va a finire; la stessa sorte tocca per logica a “Far from Heaven” e “Beneath the Surface”. Forza allora, ne rimangono solo tre. Diamo il via a “Bridges in the Sky” e cosa udiamo? Un’altra esilarante introduzione: una voce gutturale di dubbio gusto, che francamente non abbiamo idea di cosa stia facendo, seguita da uno straziante coro religioso. Cosa diavolo sarebbe? Una setta satanica o materiale per Giacobbo? Ma prima ancora che riusciamo a trovare un qualche senso, ecco che riparte la solita accozzaglia di chitarre e batteria che vanno a comporre un pezzo sostanzialmente uguale al trio iniziale. La successiva “Outcry” è tirata avanti per altri insopportabili 11 minuti, in cui l’unica irrilevante differenza è qualche leggero sprazzo di elettronica demente. Ci rimane quindi solo “Breaking All Illusions” su cui non sappiamo veramente cosa dire: assoli, tastiere, organi, archi, cori, epicità, ritornelli patetici, demenza strumentale, c’è tutto. Una summa globale, perché ne avevamo veramente bisogno. Siamo infine arrivati a un punto in cui non riusciamo più neanche a ridere. Tutto questo è un abominio che non avrebbe mai dovuto vedere la luce. Un disco di 77 minuti in cui neanche un secondo, neanche un momento suona sincero e originale. Questi 5 mestieranti hanno appena dimostrato che è possibile portare a termine un lavoro musicale totalmente privo di creatività, agendo contro natura, contro la stessa definizione di libertà espressiva. Per cui, dopo 26 anni di carriera, è arrivato il momento di dire basta: fermatevi, smettetela, chiudete qui, dimettetevi. Basta, per favore. (M.dF.)
20/100
Dream Theater