atmospheric black metal. A quanto pare, gli hardcore fan degli Agalloch lo hanno già bollato come un disco buono, ma decisamente inferiore a tutto il resto del catalogo. Marrow of the Spirit è infatti il quarto album della formazione black di Portland, e porta con sé la sua buona dote di polemiche e riflessioni, esattamente come accadde al precedente Ashes Against the Grain, divenuto un autentico caso discografico a fronte dell'entuasiastica recensione di Pitchfork che, allora come oggi, riusciva nell'arduo tentativo di far apprezzare un disco metal a tutti gli indiesnob dell'etere. Se poi ci aggiungevi che su Rate Your Music i metallari votavano (e votano) sempre con 5 stelle i dischi che li sfamano, le referenze non potevano mentire. Succedeva così che personaggi che al primo fiuto di distorsione si andavano a nascondere nel seminterrato, si dichiaravano ammiratori di Ashes Against the Grain, e mentre il popolo rock imparava a memoria le nuove canzoni dei Tool e al massimo provava a convincersi di un qualche approccio rock dietro ai Mastodon di Blood Mountain, loro che di metal non avevano mai ascoltato niente - o che quantomeno non ne seguivano gli sviluppi da un bel pezzo - andavano addirittura a ripescare tutta la discografia degli Agalloch. Qualsiasi cosa, pure fingere di capirne qualcosa, pur di snobbare i Tool, ormai divenuti fin troppo popolari... vuoi mettere con un bel culto per pochi? Ecco allora che Pitchfork, che ancora oggi quando parla di musica pesante dimostra di essere tremendamente fuori fuoco e grossonalamente guidata dalle simpatie/antipatie per i personaggi coinvolti (gli inconcepibili elogi agli ultimi
Kylesa o al modesto e sbrodolante Crack the Skye dei Mastodon fanno testo), faceva giurisprudenza anche in un campo dove di affidabilità ne aveva sempre avuta poca, o meglio non l'aveva avuta per niente, per mancanza del caporedattore probabilmente. Pitchfork stava invece insegnando che il metal poteva avere il suo perché a chi il metal non lo seguiva per niente e che ancora oggi non comprenderebbe la differenza di qualità fra un
ISIS e un Cult of Luna, fra un Opeth di ieri e uno di oggi (a meno che non fosse proprio Pitchfork a spiegarla e a influenzare forum e redattori autonomi di altre webzine). In tutto questo, chi ne ha beneficiato più di tutti sono stati gli Agalloch, invero una signora formazione di black metal atmosferico, a tratti più tendente al post rock, in altri al doom o addirittura al neo folk scandinavo. Intendiamoci, coi Tool o gli ISIS questi quattro brutti ceffi che vanno in giro per l'Oregon con un'ascia nascosta sotto il loden non hanno nulla a che spartire e se non fosse per la buona qualità della loro musica probabilmente non saremmo qui a recensirli, visto che ci sono riviste settoriali dedite a queste sonorità che sicuramente ne possono parlare più diffusamente di noi. Ma appunto, sarà pure il loro disco di minore profondità e secondo qualcuno penalizzato dall'uscita del batterista Chris Greene dalla formazione, eppure pare un lavoro degno di attenzione anche da parte del pubblico rock, quantomeno quello più interessato alle correnti post. Pitchfork, visto il successo dell'altra volta, ci ha riprovato a sparare il votone: dall'8.0 di Ashes si è addirittura passati a mezzo punto in più per Marrow. Purtroppo non è così che stanno le cose, e chi c'era l'altra volta dovrebbe finalmente rendersi conto del tranello giocatogli da Pitchfork (o magari dal redattore di webzine che ne era stato influenzato). Marrow of the Spirit ricalca fin troppo stilemi black (tremolo a go-go e quasi ogni
guitar pattern sa di già sentito) e ambientazioni che ormai un fan della band dovrebbe conoscere a memoria, addirittura andando a ripescare qualcosa degli esordi per "Into the Painted Grey", di certo uno dei loro brani più duri di sempre. Quello degli Agalloch è un catalogo corto, in cui dal folk e dalla materia black più aggressiva di partenza si è passati alla contemplazione acustica, al doom esistenziale e alla depressione espressionista. Marrow prosegue su questa scìa, tutto sommato limitandosi a canonizzare uno stile ormai fin troppo prevedibile anche quando provano a darsi da fare per sorprendere. Se lo si inquadra all'interno della discografia, probabilmente riesce a significare qualcosa di più della autoindulgenza che qualche fan può aver notato, perché parliamo comunque di una band cardine per la sua scena. Il problema è quando provi a svincolarlo dal resto, dall'immaginario e dal pubblico che lo circonda: è lì che risulta davvero solo un buon album. Nel bene e nel male, preferibilmente nel male.
70/100
Agalloch