Scritto da F.C.
Titolo: Valley of Smoke Autore: Intronaut Anno: 2010 Elemento

post metal. Il pericolo di sbilanciare l'asse del post metal dalla parte della mediocrità, della citazione e della posa stilistica è sempre dietro l'angolo. Il precedente Prehistoricisms arrivava nel bel mezzo della questione ma senza lasciare intravedere alcun possibile sviluppo del problema metal. C'è invece forse da riconoscere a Valley of Smoke di non essere un prodotto totalmente inutile poiché va a prendere posizione in uno specifico settore del post metal, quello di Mastodon e Baroness, arricchendo la consistenza di una fazione che ha almeno il merito di aver reso nuovamente pronunciabile la parola "progressive" senza provare troppa vergogna e senza dover necessariamente farsi venire in mente Mike Portnoy. I suoni sono molto potenti ma non è una novità; la prima "Elegy" ricorda molto il buon Red Album dei Baroness, soprattutto nelle voci, ma i dialoghi tra gli strumenti richiamano (fortunatamente con gusto) il progressive più propriamente detto. Nella successiva "Above" ci sono pennellate isisiane, sopratutto quelli dell'ultimo Wavering Radiant; ma se l'idea degli Intronaut è quella di prendere la staffetta, allora sono certamente fuori strada. Se si evita però di fare paragoni, c'è da riconoscere alla band una certa capacità compositiva: soprattutto il basso è strepitoso e si distingue sempre nonostante la pesantezza dei ricorrenti tecnicismi e la lunghezza dei brani che spesso toglie gusto alle buone idee presenti ("Miasma"). Già da "Sunderance" è però la noia a prendere il sopravvento, e le successive "Core Realation" e "Below" arrivano a dare il colpo di grazia. La titletrack non cambia la situazione ma ha qualcosa di interessante, nonostante quei continui cambi di tempo che a volte sembrano davvero senza criterio in realtà trova lentamente un gradevole equilibrio, trasportando la band in ambiti quasi tooliani (nel disco è presente come ospite anche il bassista dei Tool, Justin Chancellor). Non è detto che questa non possa essere la strada di una band che, ricordiamoci, non ha mai prodotto capolavori neanche quando si occupava di altro. Impera però un problema evidente, che a quanto pare ha accompagnato il gruppo costantemente nel corso degli anni: le capacità musicali si perdono in questa mescolanza di generi e in questo patologico pluricitazionismo che prende un po' da tutte le correnti del metal contemporaneo. Questo sì che è assolutamente imperdonabile (e anche un po’ patetico). Gli Intronaut rimangono ancora un band in crisi d’identità, ma è possibile che il progressive sia la loro strada, nel bene e nel male.

64/100

Intronaut
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