Scritto da A.R.
(Do Not) Trust Us
Alla scoperta del nuovo lavoro dei tre norvegesi, tra unicorni, orchestre e speranze mal riposte. 
C'erano una volta i Motorpsycho. Gruppo scandinavo degli anni Novanta che ha prodotto alcuni album di bellezza disarmante. Rock introspettivo e intelligente, capace di lasciarti un senso di malinconia e allo stesso tempo di spensieratezza pop che solo parzialmente ha raggiunto il pubblico indie, figuriamoci quello delle arene. I ragazzi di Trondheim hanno esplorato qualunque genere, passando dal post grunge più grezzo alle melodie Sixties, dal country all'acid rock americano, il tutto nell'arco di un decennio, ma sempre lasciando il loro tocco personale, inconfondibile. C'era una volta tutto questo, finchè non arrivò la deriva prog. Brutto segno per tanti, forse troppi gruppi ormai. Si sa che il voler esplorare certe sonorità è pericolosissimo, e raramente si riesce a non sfociare nella pura pomposità, riuscendo ad esser strumento utile alla causa del musicista, lontani da ogni stucchevolezza. Gli ultimi album dei nostri non brillavano certo per originalità e per ispirazione, ma ultimamente sembra che vada di moda mascherare con arrangiamenti barocchi e iperboloidali la mancanza di idee. Qualcosa si è rotto dal momento in cui Gebhardt ha lasciato il gruppo (anche se qualche lieve scricchiolìo si poteva percepire anche in precedenza). E testardi Snah e Bent, con la collaborazione del nuovo batterista Kenneth - talentuoso senza dubbio alcuno - intraprendono la strada del prog rock più anacronistico e fazioso possibile.

C'è da dire una cosa prima di tutto. Col senno di poi perfino Little Lucid Moments (2008) sembra un inizio decente della nuova fase, nonchè rivalutabile alla luce degli ultimi episodi. Sembra infatti qualcosa che lascia presagire una pericolosa deriva, ma che in realtà dà la speranza che i Nostri riescano ancora in un miracolo: rendere psychonautiche con intelligenza anche certe sonorità storicamente ostiche.

Ci avevano abituato a grandi cambi di stile album dopo album, per anni. Virate di genere senza perdita di identità. Evoluzioni, nuove storie. Invece niente. Sono ormai quasi 5 anni che si divertono così, a spaziare da jazz rock già sentito a infinite jam che sanno di allungamenti di brodo e che sembrano soddisfare soltanto le smanie tecniche dei nostri. In effetti i Motorpsycho sono sempre stati vere macchine da groove, ma in questi ultimi tempi è un groove sempre più costruito ad hoc, artificiale. Ma cosa ancora più grave, senza trasmettere più emozioni, senza più raccontare quello che avevano saputo produrre fino a quel momento: musica geniale, non per forza complessa, ma coinvolgente. Ed è con questo stato d'animo che si attende e si ascolta il nuovo, The Death Defying Unicorn, tremando sia per il titolo, sia per la notizia che quest'album sarebbe stato doppio e registrato con la Trondheim Jazz Orchestra, assieme alla collaborazione di Ståle Storløkken, un virtuoso musicista norvegese. Un'opera rock, ambiziosa fin dall'inizio e che non lascia presagire dubbi sulla maestosità apparente del risultato. Per carità, qualcuno oserà gridare al capolavoro, per questo mix di psychoprogjazzrock assolutamente portentoso, suonato con maestria sublime. Soddisfando le voglie di chi si esalta con certe cose ancora oggi e di chi vive pensando che l'unica musica degna di nota mai esistita sia l'inarrivabile prog anni '70. L'intero album è pervaso da un'atmosfera volutamente fiabesca che presentano trovate acid rock che strizzano l'occhiolino - o almeno ci provano - a certe idee à la Frank Zappa. Ma tutto questo non basta, anzi. Il tentativo di evocare certe atmosfere fiabesche e di mischiarle con l'hard rock non è certo l'idea più originale mai concepita ed è un lavoro da fare con cura, da ponderare bene. Il problema principale è però che a volte si sfocia in cose che nemmeno i peggiori Yes o Jefferson Airplane ci hanno tramandato. E se non andiamo errati, questo è il 2012. Sono cose che nemmeno Walt Disney nella sua peggiore esperienza in preda all'LSD ci avrebbe raccontato.

Quello che viene fuori a volte è una confusione di fondo lasciata deliberatamente annegare nelle stantie composizioni orchestrali. Insomma, tutto fumo e niente arrosto. Il tutto è scandito da cavalcate strumentali che non lasciano nulla di duraturo e che difficilmente si andrà a riascoltare dalla propria libreria musicale. Ad esser onesti, il mix fiaba-heavy rock non era cominciato male, "The Hollow Lands" rimane uno degli episodi migliori dell'album, e qualcosa di salvabile si trova anche in "La Lethe" e "Into the Mystic", in cui c'è un minimo di amalgama tra l'orchestra e i tre norvegesi. Ma è troppo poco per salvare un lavoro intero. Il resto è un eterno conflitto tra sognante fazioso e rock anacronistico, un susseguirsi di note e arrangiamenti il più delle volte semplicemente inutili.
Lo skip è una forte tentazione a volte, costantemente bilanciata dalla curiosità e dalla speranza che i norvegesi tirino fuori un coniglietto (anche fatato a questo punto) dei loro dal cilindro. Che non arriva.
Arriva, purtroppo per noi, un esercito invadente di fiati e violini, una melodia spesso ruffiana, riff che ormai sembrano già scritti da anni, la confusione di certe conclusioni imbarazzanti. E cos'è che rimane? Poco. Nulla. Se non la voglia di dire "per favore, basta, Bent, Snah, tornate in voi per carità divina".

Sicuramente continua a non esser questa la via giusta, ma un'ulteriore evoluzione (in negativo) delle precedenti. E proprio per questo, andando avanti, ci si spaventa sempre più che i Nostri si cullino sempre più in una dimensione che sta diventando pericolosamente difficile da disindossare. Alla faccia del riuscire sempre a cambiare continuamente pelle. Con l'avanzare delle uscite le cose da salvare si fanno sempre minori. Si spera che non sia un requiem per un gruppo che mantiene ancora oggi il suo culto di irriducibili, ma le iniezioni di fiducia si fanno sempre più flebili di volta in volta, sprofondando nella disillusione e nella nostalgia di quel che fu. Di quel che tutti gli Psychonauti ricordano.

45/100 

di Alessandro Romeo

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