Scritto da A.D.
Titolo: Slave Ambient Autore: War on Drugs Anno: 2011 Elemento: alt
altfolk psichedelico. Giusto pochi mesi fa ci eravamo ritrovati a commentare in modo estremamente positivo Smoke Ring for My Halo, disco rivelazione di Kurt Vile, un artista che sembra avere tutte le carte in regola per ritagliarsi un ruolo di primo piano all'interno dell'attuale panorama folk rock a stelle e strisce. E' con una certa curiosità, pertanto, che ci siamo avvicinati a questo Slave Ambient, secondo album in studio dei War on Drugs, formazione capitanata da Adam Granduciel, ben sapendo che si tratta della band con la quale Vile ha esordito e mosso i primi passi come chitarrista, salvo decidere dopo la pubblicazione del discreto Wagonwheel Blues (2008) di abbandonare i compagni di avventura per dedicarsi a tempo pieno alla propria carriera solistica. Un lavoro che pare proseguire e approfondire il discorso portato avanti dallo stesso Vile, riuscendo a delinearne in modo forse ancor più nitido l'immaginario di riferimento. Slave Ambient è al tempo stesso un disco moderno e ancorato al passato, in cui l'espressiva voce di Granduciel, incredibilmente simile a quella di Bob Dylan, conduce l'ascoltatore all'interno di territori senza dubbio legati alla tradizione, ma reinterpretati in chiave attuale, tra ritmiche robotiche e psichedelia soffusa, con un minimo di elettronica a giocare il ruolo fondamentale nel creare un glaciale tappeto sopra il quale le singole composizioni hanno modo di svilupparsi e prendere forma. Un lavoro in cui oltre alla musica sono molto importanti anche le parole, mai banali, con cui Granduciel riesce a mettere a nudo la propria anima, raccontando il proprio disagio interiore e le proprie irrequietezze. L'ideale sottofondo per uno di quei viaggi in cui il fatto stesso di allontanarsi dalla realtà di tutti i giorni è ancor più importante della meta che si intende raggiungere. Difficilmente quest'anno vi capiterà di ascoltare perle di cantautorato intimista dello stesso valore di “Brothers” e “Blackwater” o cavalcate trascinanti come “Your Love Is Calling My Name” e “Baby Missiles”, in cui sembra di rinvenire addirittura degli echi kraut rock. La musica dei War on Drugs non è quindi solamente un passatempo per inguaribili nostalgici, ma una realtà dinamica e immersa nel nostro tempo, capace di soddisfare anche l'ascoltatore più smaliziato e che, per approccio e capacità di far confluire dentro di sè una moltitudine di anime e stili tra loro diversissimi, a molti ricorderà la proposta degli Wilco più ispirati.


77/100

War on Drugs

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