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Scritto da P.B.
sigur rós: a homecoming. Anche nel ricalibrare umilmente le proprie coordinate sta la maturità artistica. Nel caso dei Sigur Rós e di Valtari "umiltà" non sottintende povertà o pochezza, bensì il ritorno verso lidi amici, già noti e applauditi. Senza sterile autoreferenzialità, arricchendo invece il tappeto sonoro con nuovi mezzi e rendendo i pezzi più intelligibili e concreti nella loro struttura. Un bel ritorno, con Jónsi di re-inserito armoniosamente nel complesso e, seppur un po' sbiaditi, fremiti ed emozioni che mancavano da sette anni. In fondo dobbiamo solo ringraziarli.


zolfo 74/100
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Scritto da Eu.G.
folk songwriter. Prendere il 120 Arpeggi di Mauro Giuliani, aggiungere un manuale di vocalizzi, la baia di un telefilm americano per adolescenti e raccogliere tutta quest'atmosfera di ingredienti in un disco. In realtà non è solo questo la cantautrice e multi strumentista neozelandese d'azione Hollie Fullbrook, celata dietro al nickname Tiny Ruins. Il problema dell'album è che non esplode mai, e rischia di riproporre una costruzione dei brani ripetitiva alla lunga distanza. Migliori i momenti con archi, cori e percussioni, come nella più velenosa “Running Through the Night”. Ottimi i momenti intimisti, sensuali, evocativi e malinconici. Non può bastare per imporsi, ma oscillando per mari la strada è quella giusta…


zolfo 68/100
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di Eugenio Giannetta

 
Scritto da E.R.
retro rock. Il terzo album degli Sleepy Sun segna un bel cambiamento di rotta. Rachel Fannan ha infatti sbattuto la porta e se n’è andata senza farsi troppi problemi. I rimanenti membri del gruppo non ne hanno fatto una tragedia e anzi hanno preso la palla al balzo per indirizzare la loro produzione verso la forma canzone. “Martyr’s Mantra” fa eccezione, ma la regola di Spine Hits è immediatezza e approccio retrò. Album godibilissimo a cui forse manca qualche picco di eccellenza per reggere il confronto con i precedenti, ma che a questo punto della storia ci può anche stare.


zolfo 72/100
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di Esuperanzio Ruggeri 

 
Scritto da D.S.
psych folk roots. Il primo LP del leader degli US Christmas ricalca le prove soliste dei saggi di casa Neurot, vale a dire Steve Von Till e Scott Kelly, riuscendo addirittura a superarle utilizzando le medesime armi. Si tratta di un disco che sarà apprezzato da chi ha amato il Lanegan degli anni Novanta, e più a monte i giganti Dylan e Neil Young (che nei crediti viene addirittura ringraziato per aver scritto il recente Le Noise), e che rimpiange i tempi bui di un'America che in realtà forse c'è ancora, non solo nei ricordi. Vagamente psichedelico, particolarmente solitario, A Great River non ha solo l'atmosfera traditional folk giusta, ma anche e soprattutto le canzoni per farsi notare al di qua della solita e pedante scena post core da cui proviene il protagonista. Lo consigliamo proprio per questo.

79/100
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di Daniele Sassi 

 
Scritto da P.R.
lazy rock. Il ricordo di Carnavas si fa sempre più sfumato, l'energia di quell'alternative rock dal sapore di Smashing Pumpkins, shoegaze e genuina gioventù ha lasciato definitivamente il posto a ciò che non avremmo voluto; se non si tratta di una stucchevole intimità, allora è un rockettino del tutto innocuo e privo di melodie formidabili che nel 2012 non può far altro che lasciare il tempo che trova o, al massimo, essere un gradevole passatempo in sede live. Troppo poco, a questo punto ben più saggia cosa sarebbe recuperare Stuck in This Ocean degli Airship.



59/100
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di Pierluigi Ruffolo 

 
Scritto da V.P.
indie pop. Guardando le foto della ex modella Elizabeth McChesney, meglio conosciuta come Lissy Trullie, è facile snobbarla inserendola nell’ampio novero di quelle musiciste divenute famose più per il loro aspetto che per le loro capacità. Ma basta qualche ascolto o un ancor più pigro sguardo ai trascorsi musicali (e non) della bionda di Washington per capire con chi abbiamo a che fare: un entourage di produzione composto da Bernard Butler dei Suede, Dave Sitek dei Tv on the Radio, e l’esperto pop John Hill. Lissy Trullie è un album isterico, malizioso, a volte rabbioso: tracce come “Madeleine” o “It’s Only You Isn’t It” oltre che la prova di un talento assai discusso, dimostrano la varia natura di questo promettente esordio.


76/100
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di Valerio Pampanoni

 
Scritto da V.P.
indie pop. La band canadese capitanata da Nick Diamonds (al secolo Nick Thornburn, che abbiamo già conosciuto nei Mister Heavenly) torna col suo quarto album in studio. Pezzi validi come “Hallways” e “Can’t Feel My Face” non mancano, anche se più di una volta nel corso del breve ascolto si è tentati dal cliccare il tasto skip. Nonostante qualche momento di stanca, non stiamo parlando di un passo falso: abbiamo infatti imparato a conoscere il personaggio in questione e sappiamo quindi che i suoi lavori vanno consumati velocemente e in modo disimpegnato.


stagno 67/100
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di Valerio Pampanoni

 
Scritto da P.B.
no-more-psych folk. È poco più che trentenne il londinese James Blackshaw, eppure Love Is the Plan, the Plan Is Death è già il suo nono lavoro in studio. Ennesimo, intrigante episodio di una parabola che ha visto il poliedrico artista dapprima entrare nell'orbita di numi quali David Tibet e Michael Gira, per giungere oggi a un album caldo e quantomai accogliente. Emerge ancora, di quando in quando, la vena più inquieta, come ad esempio in "And I Have Come Upon This Place by Lost Ways", esperimento inedito con la voce di Geneviève Beaulieu (Menace Ruine) accompagnata dal piano; certo è che il passaggio dalla fida 12-corde al nylon unito ad un generale raddolcimento delle atmosfere, se da un lato smorzano l'incredibile potere ipnotico della musica di James Blackshaw, dall'altro le conferiscono tinte rinnovate e ancora appaganti. Senza contare che, di certo, non sarà finita qui.


zolfo 75/100
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