Titolo: All Delighted People
Autore: Sufjan Stevens
Anno: 2010
Elemento:

indie-chamber-pop. Rispondendo a quanti da tempo andavano interrogandosi sul se e sul quando Sufjan Stevens sarebbe tornato ad animare la scena, All Delighted People rappresenta il miglior modo per capire a che punto è giunta, in termini realistici, la carriera dell’artista americano. Divenuto - spericolatamente - compositore di musica orchestrale in BQE, Sufjan si è trovato lo scorso anno a dover affrontare un passaggio potenzialmente devastante per la sua arte. Le miriadi di possibilità che offrono le sperimentazioni legate a quel tipo di musica, la spinta all’autocompiacimento ad esse connesse, i riconoscimenti e gli attestati di stima che conseguono il compimento di un lavoro così complesso, possono arrivare a distruggere il candore artistico di chiunque. In molti prima di lui sono caduti in questa orrida trappola, il bivio più vecchio della storia della musica. La scelta era fra il divenire schiavo del proprio sentirsi imbattibile, venerabile, infallibile o recuperare l’ingenua e sincera ispirazione dei propri albori musicali. Rassicuro tutti, Sufjan ha scelto bene, ha definito la terza via, la più interessante ed auspicabile per il suo percorso. E come quando si guarisce da un’influenza, qualche brutto postumo di BQE ancora è rimasto, ma invece di appesantire la musica, ne è diventato valore aggiunto, la novità che fa di questo disco un punto di partenza interessante per il futuro del ragazzone americano. Definito da qualcuno un
Joanna-Newsom-Wannabe-EP, All Delighted People è un EP di 60 minuti. Considerata la lunghezza media di un disco di Stevens, la dimensione è ragionevole. Cardine del disco è la titletrack, strepitoso manifesto delle capacità compositive dell'artista di Detroit. L’arrangiamento, come prevedibile, è curato in ogni dettaglio. Più fiati che archi, più elettricità. Il cantato sommesso perfettamente incastonato nelle atmosfere epiche che fanno da contorno. La linea vocale ripetuta e ristrutturata minuto per minuto – è qui che viene in mente la
Newsom. “The Owl and the Tanager” è l’altra gemma di questo EP. Una lenta ballata voce e pianoforte degna dei migliori lavori di Sufjan. Indolente, minimale e commovente, per chi ancora riesce a crederci. Insieme a “From the Mouth of Gabriel” segna i punti di maggior interesse di questa sorpresa estiva del signor Stevens. Quant’è esagerato Sufjan Stevens! Com’è prolisso e patetico, con i suoi saliscendi vocali ammiccanti, con i suoi fiati, con la sua ripetitività! S’autocompiace, è pieno di sé! E come gli piace mettere in mostra la sua voce latte e miele! Com’è adorabile.
75/100