Scritto da M.dF.
Le meraviglie dei sobborghi
Un intimo memoriale fra automobili e centri commerciali

Da quanto non ascoltiamo una favola? Crediamo ancora nell’immaginazione? Il mondo supersonico in cui ci troviamo oggi ci sfida a mantenere vivo il rapporto con la nostra fantasia e, ad un livello più profondo, con la nostra stessa infanzia. In nome di certi sentimenti si può attaccare il sistema società odierno, con risultati che spesso sconfinano nell’ipocrisia; oppure si può far finta di niente rituffandocisi in quel mondo fanciullesco, col rischio però di non saper più tornare indietro. C’è chi invece fa il doppiogiochista e prova ad interagire con l’ambiente alieno contemporaneo nei panni del bambino interiore, il metodo preferito dei canadesi Arcade Fire. Dotati di buon senso e di un talento inspiegabile, i ragazzi di Montreal sono diventati al terzo album sinonimo di qualità durevole nel tempo: al momento, non sembrano umanamente capaci di sbagliare. E ciò grazie anche ad un elemento con cui certi ascoltatori fanno ancora fatica a regolarsi: la sincerità più spontanea di questo mondo. Questo gruppo è così travolgente nelle sue creazioni da lasciare a bocca aperta ogni volta, ma lo fa come se fosse la cosa più dannatamente naturale del mondo, riflettendo coerentemente la sua personalità cristallina. C’è poco da lamentarsi riguardo il fatto che ogni volta che si fanno sentire tutto l’universo musicale resta sospeso in una snervante attesa: sono stati in grado di unire a livello mondiale (centinaia di) migliaia e migliaia di persone. 

"2009, 2010": terzo album, The Suburbs. Parliamo delle aspettative: a dire la verità, qualche dubbio riguardo la nuova uscita dei canadesi c’era. Non per la prospettiva di un lavoro di cattivo gusto: gli Arcade Fire hanno quel non so che in più, quel savoir faire, quell’atteggiamento così genuino e passionale nei confronti della musica che… no, il solo pensiero di un loro lavoro brutto suona in qualche modo anomalo. Le insicurezze riguardavano semplicemente la conferma agli stratosferici livelli delle  due opere precedenti: in fondo, stiamo parlando di esseri umani. Tuttavia, dopo attenti e ripetuti ascolti, una certezza è comparsa: questi ragazzi hanno un tale rispetto per la musica che non si azzarderebbero mai a proporre qualcosa di raffazzonato o buttato là giusto per onorare gli impegni contrattuali. Per questo sono arrivati al terzo centro di fila.
E allora ecco che nel suo primo mese di vita, The Suburbs ha dato da parlare a tutti, dai fan integralisti della prima ora ai critici della domenica che per distinguersi hanno provato a smontare questo disco (con superficialità estrema). Ma ciò che costituisce veramente una sfida è spiegare il significato e l’importanza di questo album al di là delle semplici impressioni e dei pareri personali: è un viaggio nel rischio, ma anche nelle emozioni, nelle sensazioni ed in ciò che è pregno di significato per noi e per gli Arcade Fire. Un cammino dentro noi stessi, non solo in quello dell'autore. Perché in questo capolavoro c’è sicuramente parte di noi e delle nostre vite.

Inizia in medias res, in modo anche un po' anomalo rispetto all'atteso, ma in men che non si dica veniamo introdotti al tema principale, ovvero il luogo d’infanzia di Win Butler, i sobborghi di Houston, in Texas: “In the suburbs I, I learned to drive / And you told me we’d never survive / Grab your mother’s keys we’re leaving”. Se Funeral era contornato da un’atmosfera fiabesca e Neon Bible aveva quel senso critico prossimo al renderlo un'opera politica, qui siamo catapultati in tutt'altra atmosfera, anche se la poesia dell'esordio e l'impegno sociale del secondo torneranno a galla ugualmente. E man mano che andremo avanti, The Suburbs si rivelerà un perfetto esempio di come anche l’argomento più semplice al mondo diventi fonte di profonde riflessioni e testi epocali. Di fronte a versi disarmanti come: “So can you understand / Why I want a daughter while I’m still young? / I want to hold her hand, / And show her some beauty, / Before this damage is done”, non si sa veramente cosa controbattere. È come ammirare un paesaggio naturale, la distesa di un lago o una montagna innevata. La melodia della titletrack è mirata e facile da assimilare (ed in qualche modo reminiscente dei Wilco), tuttavia riesce magicamente a catapultarci nell’ambiente di quest’opera: sembra proprio di guidare in uno di quei vialoni americani con le villette ad entrambi i lati della strada. E mentre Win ed i suoi amici continuano a gridare nei loro sogni, il ritmo comincia a farsi più incalzante. Ecco che veniamo guidati al cuore di uno dei brani più significativi dell’album: “Ready to Start”, in perfetto stile Arcade Fire, così trascinante da non poter fare a meno di ondeggiare alla sua andatura. L’intenzione è chiara: non abbiamo tempo da perdere, siamo pronti a fare il nostro mestiere ed a regalarvi un’esperienza. Così questo pezzo entra immediatamente di diritto fra i più rappresentativi della band. Non ci siamo ancora ripresi dalla partenza col botto che siamo circondati da chitarre soffuse ed un inconfondibile scenario pop: è “Modern Man”, un brano straordinario. Semplice, chiaro, conciso, dritto al punto, e con una melodia destinata a durare nel tempo (non per niente è anche un richiamo sfumato ai Joy Division). Sei in coda per il tuo numero, va tutto a meraviglia, ma c’è qualcosa che ti fa sentire… “like something don’t feel right”. Ma non capisci, non devi prestare attenzione a queste cose, comportati come un uomo moderno. Dopo aver ascoltato questo brano, forse capirete “why you can’t sleep at night”.

Presto, sveglia! Non c’è tempo da perdere, è ora di andare a parlare con i modern kids e ballare al ritmo della loro orribile canzone: “Rococo” è un colpo dritto alla vostra mente, è un’impietosa descrizione della nostra generazione e dei ragazzi che sembrano “so wild but they are so tame”. E con un titolo del genere ora non si potrà neanche più accusarli di essere eccessivamente barocchi. Grandioso l'arrangiamento sinfonico - opera anche di Owen Pallett - che rende "Rococo" una delle migliori canzoni del repertorio della band canadese. Ridondanti o meno comunque, gli Arcade Fire non ti lasciano neanche il tempo di respirare con l’arrivo a tutta velocità del treno di “Empty Room”: onde d’archi dirompono e chitarre si scontrano furiosamente, non per farti del male, ma solo per illustrare a chiare lettere la tua vita. “When I’m by myself / I can be myself / And my life is coming / But I don’t know when”. Eravamo partiti dalle campagne del Texas e siamo arrivati al cielo: gli Arcade Fire mantengono intatta la loro natura ambivalente di sognatori immersi nella realtà, con uno spirito candido che però non risparmia niente e nessuno. Molto spesso infatti non si nota, distratti dall’immaginazione, la presenza di un certo cinismo nei testi di questo gruppo: “City with No Children” ne è la dimostrazione. Andando avanti poi, si scoprono altre gemme preziose, come le due “Half Light”. La prima con un ritmo leggiadro e delle cascate di archi paradisiaci (chi vaneggia riguardo arrangiamenti orchestrali non riusciti non sa proprio di cosa parla), la seconda ci porta fra le nuvole, con i vari strumenti (fra cui finalmente i sintetizzatori!) che disegnano melodie celestiali ed un’andatura che ci ricorda le migliori cavalcate degli U2. In coerenza con lo sviluppo della musica, anche i testi si fanno più sognanti e l’amore per la spontaneità e la fantasia si intensifica: “Pray to God I won’t live to see / The death of everything that’s wild”.

Ma come tutti noi, anche Win Butler e compagni devono fare i conti col proprio passato: le amicizie perdute ed il confronto con i precedenti album… riuscirà The Suburbs ad eguagliare la loro bellezza? Ci riconosceranno i nostri vecchi amici? Domande a cui cercano di dare risposte in “Suburban War”, canzone epocale che non ha niente da invidiare a qualsiasi pezzo dell’immacolato Funeral. La melodia è elementare ma ipnotica e con l’avanzare delle battute prende sempre più velocità, fino al verso: “Now the music divides / Us into tribes / Choose your side, I’ll choose my side”.  A quel punto, signore e signori, preparatevi al decollo: batteria tribale, chitarre accelerate ed un canto corale che non può non emozionare si uniscono per creare un finale sonico da pelle d’oca. Lo stordimento è considerevole, ma non ci si ferma neanche un attimo: one, two, three, four e parte “Month of May”, dall’irresistibile ritmo punk rock... dal vivo sarà certamente un grande numero. Abbiamo passato questo incredibile duo indenni e come ricompensa “Wasted Hours” ci permette di riposare un attimo con dell’ottimo folk rock in sottofondo. L’atmosfera però si fa man mano più tesa in “Deep Blue” e “We Used to Wait”, quest’ultima fortemente critica del modo di vivere del nostro tempo, sempre più frenetico, mai riflessivo ed in continuo cambiamento (“Now our lives are changing fast / Hope that something pure can last”), con gli strumenti ed i cori che ricordano alcuni lavori passati della band. Arriviamo infine al punto più difficile e sofferto di The Suburbs, “Sprawl I”. Un’innocente passeggiata nei posti della nostra fanciullezza ci porta ad una scoperta terrificante: ogni luogo prezioso e significativo per noi è stato spazzato via dalla spietata espansione urbana. Qualcosa che era nostro, che potevamo donare al mondo… tutto perduto. Come faremo senza le colonne portanti del nostro passato? Dove vivremo ora? “If you only knew what the answer is worth / Been searching every corner of the Earth”. La fine di questo viaggio sembra un punto morto senza via di scampo… ma dal nulla ecco scendere una mirror ball e Debbie Harry in veste di DJ ci presenta il colpo di scena della storia: la canzone più spiazzante, più fuori luogo ma per qualche assurda ragione più riuscita dell’intero album, “Sprawl II”, l’inno adolescenziale cantato da Regine che rappresenta quasi uno shock per l’ascoltatore. Sapevamo dell’amore degli Arcade Fire per gli anni Ottanta e li avevamo appena visti giocare con i sintetizzatori a metà opera, ma mai ci saremmo aspettati un pezzo così ballabile e memorabile come questo a chiudere il tutto. E qual è la morale della favola? “Dead shopping malls rise / Like mountains beyond mountains / And there’s no end in sight / I need the darkness, someone please cut the lights”. Fra i saldi di mezza stagione ed i parcheggi infiniti, noi preferiamo conservare le nostre memorie e trarre i veri valori da esse. Con tutte le gioie e croci annesse.

“We were shocked in the suburbs!”.  È davvero questa la sensazione a pelle dopo l’ascolto della terza fatica del complesso canadese: un lavoro solido, rinfrescante, costantemente ad alti livelli ed ispiratissimo in tutti i sensi. Non solo i motivi di tutte le canzoni sono indovinati e validi, ma anche i testi rappresentano qualcosa di semplice ed allo stesso tempo prezioso: niente di più modesto della propria famiglia, della casa o dei bambini, eppure è difficile trovare argomenti dallo stesso contenuto vitale. È questo che permette a The Suburbs di fare la differenza: niente regni fatati, niente critiche sociali aperte, la pura realtà, mediata dai sogni e dai desideri di un’intera generazione. Per quanto riguarda le critiche già ricevute da questo disco, in gran parte sono frutto di pregiudizi: il fatto di citare numerose band in uno stesso album, passando in pochi minuti dai synth al rock n roll, non è assolutamente un difetto se viene abilmente incorporato al proprio stile, e gli Arcade Fire hanno le capacità, l’esperienza e l’intelligenza per farlo. Rendiamoci inoltre conto che gli arrangiamenti sinfonici di queste canzoni così ricche di suoni e strumenti sono disumanamente perfetti, roba che giusto i migliori Radiohead riuscirebbero ad eguagliare. Sempre in bilico fra il pasticcio barocco e la sensazione wave - come se le due cose fossero poi comunemente accostabili -  gli Arcade Fire sono dei funamboli del rock degli ultimi dieci anni, uno dei gruppi fondamentali e soprattutto uno dei pochi veramente unico e inequivocabile. Vi sono poi altre argomentazioni francamente futili, come la questione della durata o la mancanza di rinnovamento: finché c’è la qualità, è un problema esclusivo dell’ascoltatore assimilare bene la musica, altrimenti capolavori come ad esempio Mellon Collie and the Infinite Sadness dovrebbero essere scartati a priori. 

Lascerà lo stesso impatto di Funeral e Neon Bible? Durerà nel tempo? Chi lo sa, non sono queste le domande a cui si può rispondere adesso. 

83/100

Arcade Fire 

Recensione di Manuel Dal Fara 
You are here:   RecensioniRockvilleArcade Fire (2010) The Suburbs
Joomla! is Free Software released under the GNU/GPL License.