Titolo: Amplifier
Autore: Amplifier
Anno: 2004
Elemento:
“Il nostro è un rock bastardo e deforme che ha dentro elementi diversi, come certi cani senza razza che trovi per strada”. Così rispondeva Sel Balamir (voce e chitarra), leader degli Amplifier, se interrogato sul genere di musica suonato dalla band. In primis, non lasciamoci ingannare dalle coordinate geografiche: Manchester, la città che fa da sfondo, questa volta non significa Stone Roses, oppure Oasis, né tantomeno Joy Division. Gli Amplifier, assieme agli amici Oceansize, rappresentano i due pilastri di un'altra scena musicale mancuniana, questa volta dall'
amplificazione molto più potente rispetto a quella che ha dominato gli anni Ottanta e che si è spinta fino alla prima metà dei Novanta. Il loro è un rock diretto, dal forte impatto emotivo, come testimoniano gli ipnotici riff di chitarra e la straniante voce di Sel Balamir, le linee di basso pesanti in primo piano di Nail Mahony e i colpi di batteria di Matt Brobin. La partenza mette in chiaro le cose sin da subito: "Motorhead", "Airborne" e "Panzer", classici della band, sono tre macigni, duri come delle montagne, suonati con decisione e chiarezza d'intenti. Cavalcate strumentali, rumore, rallentamenti ed esplosioni, digressioni proto-metal sono frequenti negli Amplifier, nuvole con il compito di oscurare il cielo e di vestire di roccia dieci gioielli pop rock. Infatti, dietro questo travestimento non ci sono altro che dieci grandi canzoni. Il loro british rock dalle lontane parentele progressive è come se fosse drogato con un eccessivo dosaggio di lsd, al punto da renderlo dilatato, a volte impalpabile e lontano. L’atmosfera claustrofobica pervade ogni secondo di Amplifier, anche le parti
easy listening come "On/Off", "Neon" oppure la fantastica "Post Acid Youth". Molto più che un surrogato post-grunge, meno di un album per tutti i palati, quello degli Amplifier è uno dei migliori esordi in campo rock hi-fi di questi anni.