Scritto da S.P./D.S.

alt Sweet and Tender Surfers

Alla scoperta dei Drums, gli Smiths floridiani

È
normale attirarsi critiche e antipatie quando ti ritrovi sulla cresta dell’onda ancor prima di aver pubblicato un album in studio. Questo è quanto è capitato ai Drums, quattro ragazzotti di base a Brooklyn che sembrano uscire direttamente dalle pagine di una colorata rivista di moda degli anni Cinquanta. È bastato pubblicare un paio di singoli ed un EP lo scorso autunno (il già programmatico Summertime!) perché i maggiori magazine di settore li segnalassero immediatamente tra le più interessanti altpromesse del 2010. Il fatto curioso è che da quelle parti, negli States, non è ancora uscito niente a loro nome, tanto che solo a seguito del tam tam mediatico inscenato dalle solite riviste musicali britanniche, anche oltreoceano si sono decisi a distribuire questo gruppo così insolito se si pensa che proviene proprio dall'America. Se a casa loro l'album arriverà solo a settembre (tuttavia con un paio di pezzi in più allegati come giustificazione per il ritardo), in Europa ci pensa la storica Island a metterli sotto contratto, riuscendo anche a creare un discreto hype attorno alle figure di questi quattro sbarbatelli originari della Florida.
In brevissimo tempo, infatti, i Drums sono diventati l’argomento più chiacchierato dai blogger più attenti alle ultime tendenze, con i due leader - Jonathan Pierce (cantante e principale autore delle canzoni) e Jacob Graham (chitarrista) - presto celebrati come vere e proprie icone di stile. Stiamo comunque parlando di una popolarità del tutto underground, di uno status riconosciuto solo da chi segue la musica indipendente, ma in questo contesto i ragazzi si sono creati un’immagine carica di ironia e strampalata vitalità, riassumendo l’essenza del vecchio sogno americano dai capelli biondi e la pelle abbronzata, e al contempo facendo l'occhiolino al mondo gay. Qualcosa di nuovo, strano e soprattutto astuto. 
Così sono arrivate le interviste, le copertine, i video trasmessi a piena rotazione dalle emittenti musicali, i sold out ai primi concerti da star. È arrivata addirittura la tacita benedizione di Morrissey, avvistato tra la folla proprio in uno di questi concerti, ed è davvero sintomatico il fatto che il frontman della band che più ha influenzato questi Drums approvi il loro operato. Quindi annunciamolo: i Drums possono essere o già sono, per poetica e concetto, i veri eredi degli Smiths. altPare evidente già dal primo ascolto il riferimento alla storica band di Manchester, anche se Pierce e soci raggiungono e afferrano gli stessi sentimenti con soluzioni musicali differenti. Ritroverete fra le dodici canzoni dell'album omonimo anche gli U2 degli esordi, gli stessi Cure (gli accordi di tastiera che fanno capolino qua e là, ad esempio in "Book of Stories", ricordano i ragazzi immaginari di metà anni Ottanta), un pizzico di Beach Boys - soprattutto nei cori - e in generale un modus operandi che li rende ingenui e al contempo talmente ridicoli da risultare veri e distinguibili fra tutti. Si potrebbe dire che Jonny Pierce ce la mette tutta per distaccarsi dallo stereotipo di americano forzuto e volgare che pure fa spesso furore anche dalle nostre parti, per cantare affreschi pop che piacerebbero pure al näif per eccellenza Henri Rousseau. Nel singolo "Forever and Ever Amen" c'è lo stesso candore di "Live Forever" degli Oasis, mentre tutto intorno si muovono la scarna sezione ritmica - che rimanda a Seventeen Seconds - i ricamini della chitarra (questi ai New Order e prima ancora ai Joy Division: fate caso a "It Will All End in Tears") e le romantiche aperture di tastiera a fare da tappeto e collante fra gli elementi. Si parlava di Smiths, ma Jacob Graham non ha certo lo stile di Johnny Marr, né si potrebbe dire che i Drums sono la copia di qualsiasi dei nomi già menzionati. Quindi le coordinate, se messe assieme, posizionano il gruppo dalle parti del rock inglese del primo lustro degli Ottanta, grazie alle innegabili reminiscenze wave e post punk ("I'll Never Drop My Sword" ne è un altro esempio), che suggeriscono subdolamente di mettere il cd dei Drums nel settore britannico della vostra discoteca, anziché in quello americano. Ma oddio, ci sono addirittura echi di A-Ha nella conclusiva "The Future"!
Sono già stati in molti ad applaudire ed altrettanti a rifiutare l’ennesima moda del momento, gonfiata all’inverosimile da mesi e mesi di chiacchiere sul web. Eppure i detrattori dovrebbero avere ben poco da obiettare, perché è davvero difficile non riconoscere nell’opera prima dei Drums un’ottima ricerca della melodia – una lezione studiata sicuramente sui dischi dei già citati maestri Smiths – in grado di trasformare anche il più semplice dei riff di Graham e la più innocente strofa di Pierce nella più accattivante canzone pop dell’estate. Sono dodici pezzi (più  "The Only Son", annesso all'edizione esclusiva di un noto negozio online) che, qualora vogliate tornare indietro nel tempo, vi faranno compagnia nelle prossime settimane e probabilmente anche oltre. Indietro e avanti tutta dunque. Perché nel rock un concetto si supera, mentre una melodia no. E i Drums le canzoni le hanno, eccome se le hanno.

81/100


The Drums
You are here:   RecensioniRockvilleDrums (2010) The Drums
Joomla! is Free Software released under the GNU/GPL License.