Scritto da D.S.
Vade Retro Loverman
Un'altra stagione all'Inferno

L
a leggenda vuole che la notte del loro primo concerto in assoluto, il piantone dello sterzo dell'auto che li sta portando al locale si rompe, causando uno spettacolare incidente nel quale pur ferendosi, i Loverman riescono a sopravvivere. Non contenti di averla scampata e ancora doloranti, salgono su un taxi che li porta a destinazione, per una performance marchiata e macchiata di sangue. Il caso vuole che sia la notte di Halloween del 2008, proprio quando in Italia avviene uno dei delitti più incomprensibili degli ultimi anni.

In bilico fra la vita e la morte, "perché ti senti molto più vivo quando ci sei vicino" sostiene Gabriel Bruce (chitarra e voce), "e abbracciandola ispiriamo la nostra musica. Ma non la intendiamo come un antidoto per la vita, piuttosto come un'intrinseca parte di essa". È questa la raison d'être della band e ciò che cantano i Loverman, vivi e quindi morenti. "Abbiamo capito che il collante fra le nostre personalità era l'oscurità, le ombre e l'orrore: da quel momento la scrittura di nuova musica è andata spedita, è questo quel che vogliamo rappresentare".

Tranquilli, non si tratta di un'orribile evocazione dello shock-rock dei Marilyn Manson, niente volgarità gratuite e nessun rischio di restare intrappolati in una maschera, perché i quattro londinesi puntano altrove. Cattivo sangue non mente: i Loverman sono seguaci del Nick Cave dei Birthday Party - più che di quello di Let Love In, dalla cui canzone ereditano il nome - che come uno spettro si aggira pericolosamente nel buio delle composizioni, come a rivendicare il suo essere padrino ideale di una devianza al cui confronto il nostro Teatro degli Orrori sembra un male minore. Un suono che si rivela in grado di sporcarsi nello zolfo dei Melvins, per poi inchinarsi di fronte alla tomba dove è sepolto Kurt, per ringraziarlo una volta di più per aver scritto Bleach ("Miracle"). In attesa del primo album ufficiale, previsto per il 2010 e da cui è lecito attendersi grandi cose, la band ha portato sul palco del Download Festival un pugno di canzoni pubblicate dalla Young and Lost Club, sotto forma di un 7 e di un 12 pollici, entrambi a tiratura limitatissima (ma shhhh!!! Se vi affrettate, qui potete ancora ottenere la vostra copia). Il singolo "Crucifiction", ormai datato novembre 2008, vede il combo londinese alle prese con uno stoner rock che sa tanto di versione marcia dei Queens of the Stone Age di Rated R quanto di punk rock inglese di fine anni Settanta. La sezione ritmica composta dai fratelli Adam e Chris Prendergast supporta le chitarre del duo fondatore Gabriel Bruce e Jon Jackson, abili nel montare una sceneggiatura che, come lasciato intendere, evoca il male senza cadere nel bambinesco e senza la ridicolaggine di gran parte del metal. Più a fondo in questa direzione va l'imperdibile EP Human Nurture in cui, parafrasando Arthur Rimbaud, va in scena un concerto di inferni. La produzione è affidata ad Atticus Ross (che ci piace ricordare per la sua esperienza nei portisheadiani 12 Rounds, piuttosto che in qualità di produttore di roba trascurabile come Coheed and Cambria, ultimi Nine Inch Nails e Korn) e soprattutto a quel Evil Joe Barresi, pioniere di sonorità stoner ormai richiestissimo in cabina di regia, particolarmente dopo aver mixato 10,000 Days dei Tool e co-prodotto Wavering Radiant degli ISIS. Deflagrante e al contempo ipnotico, il suono delle cinque tracce di Human Nurture si fa largo prima sconvolgendo e poi coinvolgendo l'ascoltatore nell'invocazione di demonietti che per quanto li chiami, non sopraggiungono affatto correndo. Il salmo delle tenebre si apre con "Crypt Tonight", forse la più accostabile a Prayers on Fire dei Birthday Party grazie al suo grasso incedere e all'interpretazione vocale di Gabriel, che evolvendosi scatena un nervosismo in grado di trasformarla in marcia esasperata. Decisamente distante dal ritmo la successiva "Gasp", guidata dal basso cavernoso e puntellata da chitarre affilate, in cui intravediamo i Jesus Lizard di Goat e Liar. Si rallenta di nuovo - ma solo apparentemente - con "Shoot the Pig", il momento più innodico e viscerale del mini album. C'è chi, nei dintorni sonori, darebbe via un rene pur di aver un pezzo di questo livello. E ancor più in basso scende "Barbs", anche se ormai ha gioco facile: dopo un paio di minuti siamo già entrati in trance. A risvergliarci di colpo è "Miracle", che completa l'opera affogando l'ascoltatore innocente in urla e feedback neanche troppo fastidiosi. Il tutto, che ci crediate o meno, è registrato in presa diretta, con qualche minimo ritocco in studio: "sarà arrogante da dire, ma ci sentiamo una vera live band, quindi è difficile per noi catturare in uno studio tutta l'energia che sprigioniamo dal vivo, perciò prima registriamo le canzoni così come vengono, poi semmai le stratifichiamo con il produttore". I Loverman dimostrano quindi di saper stare con stile sulle spalle dei giganti, senza fare il verso a nessuno, ma anzi adducendo una buona dose di (macabra) personalità a sonorità che faranno felici gli appassionati dei nomi citati e quelli che nella musica cercano qualcosa di rischioso e magari poco incline ai compromessi. L'album di debutto potrebbe davvero fare una gran figura nel rock del 2010, siete avvisati. Ovviamente, aspettatevi anche un bel bollino che nasconda mezza copertina a recitare il più classico: "Parental Advisory Explicit Content". Intanto recuperate questa roba, perché c'è da vendere l'anima al diavolo per la seconda volta.

 













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