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ackspacer è il nono album dei Pearl Jam, e non contiene alcuna grande canzone.
Non che i precedenti (e men che mediocri)
Avocado e Riot Act ne avessero, ma perlomeno stavolta ci troviamo di fronte ad un disco che tira dritto per la sua strada, giusta o buona che sia, con convinzione dall'inizio alla fine. Niente contentini per ogni tipologia di fan come accadeva nei precedenti capitoli del decennio ancora in corso, né tantomeno posti al sole per i singoli membri della band, in fase di composizione o negli arrangiamenti delle canzoni. Ecco infatti che della presenza di Mike Mccready si può finalmente - dispiace dirlo ma è così - fare a meno, se non fosse per un paio di inserti tutto sommato trascurabili. In particolare il riferimento potrebbe andare a quell'assolo che in teoria dovrebbe nobilitare "Amongst the Waves", invero la nuova versione della pedante "Love Boat Captain", da Riot Act. Nulla, assolutamente nulla contro il principe del delay, che ha messo al mondo un disco straordinario come Above e impreziosito tante vecchie canzoni dei Pearl Jam, ma il suo chitarrismo era divenuto il freno che teneva inchiodata la band a posizioni sempre più stantie e conservatrici.
L'Avocado ne era zeppo, Riot Act non ne parliamo. E d'accordo, i Pearl Jam sono sempre stati demagogici, sin dagli esordi: non hanno mai brillato per originalità. L'unica che rivendicavano era quella di essere parte di un movimento - quello grunge - ben più disordinato di quello che questi ragazzi credevano all'epoca. Come se la poetica di un Cobain avesse qualcosa in comune con il loro essere classici, tradizionalisti ad ogni costo, americani anche quando ancora oggi cercano di suonare inglesi, come nel discusso singolo "The Fixer", che è quanto di più vicino Vedder sia riuscito a portare i propri compagni di viaggio al concepimento di un pezzo veramente reminiscente degli Who, quelli della prima ora, a loro volta fratelli minori dei Kinks.
Una canzone che non è piaciuta ai fan, ma che in realtà non stona affatto nel contesto di un disco che col ritorno di Brendan O'Brien in cabina di regia, scorre via più veloce che può, senza però fare a meno di tranquillizzare chi si è innamorato di questo gruppo per merito delle sentite ballate al chiaro di luna. Ecco allora "Just Breathe", firmata dal solo Eddie, che sembra provenire dall'esperienza della colonna sonora di Into the Wild (a proposito, davvero v'è piaciuto quel film?). Niente male, soprattutto quando gli archi (forse) simulati dalla tastiera si accompagnano alla melodia. Peccato che questo sia da anni il dominio di una band chiamata Wilco, e allora tanto varrebbe ascoltare loro che sono i numeri uno. Tuttavia, sempre meglio di lentoni sovraccarichi di accademia come "Come Back", sempre
dall'Avocado, per non parlare di classici della band ormai inflazionati manco fossero le ridicolaggini dei Guns n'

Roses, con Mccready immaginariamente in cima al Grand Canyon a suonare l'assolo di chitarra, epico e commovente, con in capo il cilindretto à la Stevie Ray Vaughan: oh, Dio mio. Backspacer invece è ciò che i Pearl Jam avrebbero dovuto tentare appena dopo l'alterno Binaural, quando era ancora viva un po' di ingenuità - dote fondamentale nel rock, ma mai tanto spiccata in Vedder e amici, al contrario spesso manieristici nella loro ormai quasi ventennale carriera - che avrebbe permesso a canzoni come quelle che veloci spingono verso la metà della corsa di suonare più ispirate, più fresche. In questo senso convincono l'irruenza di "Got Some" - nata dal plettro di Ament, negli anni pentito e redento dal passato glam/hair metal, e divenuto l'anima più punk del gruppo - e di "Johnny Guitar", in termini di linee melodiche, certamente la vera novità del disco, un po' come la sottovalutata "Unemployable" nel precedente lavoro. Peccato per il finale in
fading, quasi mai sintomo di grande ispirazione, ma piuttosto che un assolo tipo quello ridicolo di "I Am Mine" o un "do-do-do-do-do-do-do"... dai che è andata meglio così! Non c'è un brano veramente debole in Backspacer, che anticipando il giudizio finale, risulta un disco sicuramente dignitoso e di cui nessun fan della band dovrebbe mai vergognarsi. Non ce n'è uno che spicca sugli altri, né fra le corsette punk rock, né tra le midtempo canoniche, fra cui tuttavia segnaliamo "Unthought Known", che cresce d'intensità e che con quell'accompagnamento di piano ricorda lo
Springsteen di The River. E perché no, convince anche lo spirito pop di "Speed of Sound", che più o meno utilizza gli stessi artifici. Certo, ci sono anche canzoni che potevano rendere molto di più, come ad esempio "Supersonic", nient'altro che la solita sparata surf-punk, stile in cui la band ha più volte dimostrato negli anni di non essere capace (si pensi a "Big Wave", "Gods' Dice", "Ghost"...). Più accostabile al passato remoto "Force of Nature", in cui Vedder riesce a creare una buona melodia sopra ad un altrimenti banale riff hard rock. Forse la canzone più facile per il vecchio fan, certo la più inutile e debole alla distanza. Si torna a sconfinare dallo Washington in Alaska per la conclusiva "The End", che come è vero che avrebbe potuto scorrere sui titoli di coda del film di Sean Penn, ormai non riesce né a sorprendere né - speriamo - ad emozionare per il tono sofferto piuttosto fuori luogo in un disco come Backspacer. Una chiusura che vorrebbe suonare diversa, ma che invece risulta forzata e in qualche modo già sentita.
C'è da applaudire quindi l'umiltà di voler finalmente ripulire di inutili orpelli il suono di canzoni che così riescono a respirare senza eccessivo affanno, senza abbellimenti di troppo, in un'operazione che ricorda moltissimo quella dei recenti
R.E.M. di Accelerate - da sempre fonte di ispirazione del buon Vedder - ma ovviamente con un risultato diverso, purtroppo meno riuscito, per quanto altrettanto concreto. Ma ai Pearl Jam non si può chiedere di essere i R.E.M., arrivati a questo punto non sarebbe neanche giusto pretenderlo.
Backspacer non manca di calore umano - impossibile vista la grande sensibilità di Eddie Vedder - ma non c'è più la profondità e l'irruenza di un tempo, quella che seppur mal guidata all'epoca, sarebbe potuta tornare molto utile in un disco come questo, finalmente ben pensato e privo delle ridondanze retoriche che ammorbano parte consistente della discografia del gruppo. Ma il treno di Vedder e soci è da tempo in ritardo e molti dei passeggeri in attesa si sono ormai arrangiati con altre soluzioni, per altre destinazioni. In caso contrario, si vive di nostalgia e della voglia di cantare le loro canzoni dal vivo: sentimenti comunque più puri e legittimi di quelli che muovono scongiurati ritorni sulle scene.