
Dopo il successo (quantomeno artistico) del progetto dei Last Shadow Puppets, tornano le scimmie artiche con il loro terzo disco, Humbug, registrato prevalentemente negli States: a New York City con James Ford (Klaxons, e gli stessi Last Shadow Puppets) e nell'ormai leggendario studio nel deserto intorno a Rancho de la Luna, in California, con Josh Homme dei Queens of the Stone Age. L'album rilancia definitivamente la figura di Alex Turner, anche presso quelli che con prevenuto snobismo si erano chiamati fuori dalla moda Arctic Monkeys. Whatever People Say I Am, That's What I'm Not - il disco d'esordio pubblicato nel gennaio del 2006 - era riuscito a battere lo storico record degli Oasis di
Definitely Maybe (1994) come disco di debutto più venduto nella sua prima settimana nei negozi. Alla luce di Humbug, oggi 2009 possiamo sostenere che Turner e soci hanno già superato la prima prova del tempo, e proprio come i Franz Ferdinand e non come i Cooper Temple Clause, arrivano a pubblicare il loro miglior disco al terzo tentativo. L'album della maturità potrebbe chiamarlo qualcuno, o semplicemente quello in cui le idee risultano più concretamente a fuoco, con le tipiche melodie della band supportate da un suono compatto e - per quanto artefatto - ancora in grado di sembrare genuino e indie. Il singolo "Crying Lightning", sebbene non sia la canzone più riuscita del lotto, anticipa un po' le referenze di tutto il resto, rintracciabili maggiormente nella psichedelia di fine anni '60 (Iron Butterfly, Cream, Blue Cheer), se non addirittura nelle orme di
Jimi Hendrix. Certo, il mix è aggiornato ai suoni ad alta definizione di oggi, ma la sensazione è che si tratti del compimento di un percorso che ha portato la band di Sheffield ad un traguardo del tutto naturale. Se siete fra coloro che pur non conoscendoli approfonditamente, non li hanno mai sopportati, questo è il momento per ricredersi senza fare troppo la figura dei ritardatari. La scusa "Josh Homme" appare più che buona in caso. Ora o mai più.