Scritto da D.S.
Titolo: Journal for Plague Lovers Autore: Manic Street Preachers Anno: 2009 Elemento: alt

Se proprio devo dire la verità, a me i Manic Street Preachers stanno antipatici. La poca modestia (o strafottenza) l'ho tollerata negli ingenui proclami dei primi Oasis, nelle pose da rockstar che sguazzano nel business dei vari idoli dei 18, 19, 20, 21 anni, e in me stesso quando di riflesso ne sono stato manovrato. altAnzi, ho sottilmente provato piacere negli insuccessi del trio gallese degli ultimi anni, in cui sembrano lontanissimi parenti della band che aveva saputo scrivere una delle pagine di maggior rilevanza artistica nei Novanta britannici, vale a dire quella Sacra Bibbia troppo spesso dimenticata quando si raccontano storie di quel decennio ed in particolare di quella ormai leggendaria annata, il 1994. Lontani dal brit pop londinese, eppure in qualche modo parte del movimento, i Manic Street Preachers hanno saputo convivere e sopravvivere alla scena, dettati da un'innegabile passione per la musica e per l'impegno sociale, questo almeno presunto.

Mi sono domandato se non fosse una trovata per calamitare per l'ultima volta le attenzioni su un loro album, quella di impostare Journal for Plague Lovers sui versetti dello scomparso compagno di avventure. Poi ho ripensato al braccio di Richey, quello in cui si era intagliato la scritta "4 real" con un coltellino, e mi sono convinto che forse era tutto vero. Che Richey sia all'altro mondo o seduto in fronte ad una spiaggia sudamericana con un cocktail in mano, felice di sapere che gli ex compagni gli concedono nuovi diritti d'autore per proseguire la sua vita da nababbo in anonimato, in fondo non importa. Ma questa non è la solita, ennesima recensione in cui si racconta dell'oscura vicenda di Richey Edwards. Se non la conoscete, forse non c'eravate (con la testa) nei Novanta. Con lui è scomparsa dalla musica dei Manic quella chitarra impazzita che deragliava per la tangente, ma soprattutto il cuore pulsante dell'arte della band, un po' come quando Bernand Butler lasciò i Suede, che poi sopravvissero, senza mai più incidere con il medesimo fatalismo ed ispirazione. Disco dopo disco, è divenuto sempre più chiaro che Richey era il maggiore artista della formazione gallese. E' successo così che recuperato e analizzato il suo diario, James e gli altri hanno deciso di rievocarne lo spirito. "You know so little about me..."
Il resto l'ha fatto la musica, e a quel punto non ho potuto fare altro che credere.

altaltJournal for Plague Lovers è il miglior album dei Manic Street Preachers dai tempi della Sacra Bibbia, spodestando le posizioni consolidate di lavori pur interessanti o apprezzati dal grande pubblico come Everything Must Go e This Is My Truth, Tell Me Yours. Per fare le cose per bene fino in fondo, per sfruttare quest'ultimo dono da parte dell'amico scomparso e giocarsi quella che verosimilmente è l'ultima carta a loro disposizione per non restare costretti a vivere di ricordi, i Manic scelgono di farsi registrare dall'alternativo e americanissimo Steve Albini. Una mossa che curiosamente fa il pari con quella forse ancor più sorprendente di Jarvis Cocker per il suo recente Further Complications, tanto che il suono - fantastico - dei due rispettivi dischi è davvero simile. Journal for Plague Lovers graffia, accarezza, urla e coccola con le sue 14 canzoni, in cui fa da misterioso filo conduttore la voce narrante del fantasma, come ad esempio tra le note dell'apparentemente spensierata "Virginia State Epileptic Colony", o prima del tick tock che chiude "Doors Closing Slowly". I pezzi sono di breve durata e scorrono via facilmente, l'uno dietro l'altro, spaziando dal rock più ruvido a mid-tempo acustiche di alta fattura. Si segnala in questo senso la poesia di "This Joke Sport Severed", in cui ogni dubbio sulla paternità dei versi è definitivamente fugato (a meno che i tre siano capaci di trasmutarsi in uno spettro): "Jealousy soaks rejection with a kiss / In silken palms that / Tear bone from skin / This joke sport severed / I endeavoured / To find a place where / I became untethered" ... prima che si sfoglino ancora le pagine del diario, nell'apertura della formidabile quanto canonica titletrack.
Non mancano neanche i tipici riff muscolari tirati fuori dal manico di Bradfield ("She Bathed Herself in a Bath of Bleach", o l'armonica "Jackie Collins Existential Question Time"), per un disco che sancisce il ritorno tra i vivi di una band da tempo data per spacciata, e come visto, di un personaggio certo lontano, ma ancora in grado di far parlare di sé a quindici anni dall'avvenimento.

E' uno dei dischi rock dell'anno, e non l'avremmo mai detto. Per non farsi mancare niente, la copertina, che vede il ritratto di un bambino (o un adolescente?) grondante di sangue, è stata recentemente censurata dai megastore inglesi: troppo violenta e moralmente scorretta. Forse Richey se la sta davvero ridendo di gusto.


80/100
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