Scritto da D.S.
Titolo: Further Complications Autore: Jarvis Cocker Anno: 2009 Elemento: alt

E'
raro che Steve Albini produca artisti britannici. D'altronde le sue scelte in cabina di regia rappresentano da oltre vent'anni un marchio di fabbrica del rock alternativo americano. Sebbene basti pagare per incidere la propria musica agli Electrical Studios di Chicago ed ottenere quindi la magica firma "Recorded by Steve Albini" tra i crediti finali, sono non a caso pochi i grandi nomi europei ad essersi affidati alle sue cure.
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Ancor più curioso però è il fatto che il produttore più stiloso dell'indie americano si presti ad una collaborazione con uno dei personaggi simbolo dei Novanta inglesi, quel Jarvis Cocker icona in patria del movimento brit pop almeno quanto Damon Albarn e Brett Anderson. O forse, ragionandoci bene, è proprio il contrario: perché Jarvis ha scelto di andare da Parigi (dove attualmente vive) fino in Illinois per registrare il suo secondo disco solista? Albini produce chiunque, anche i Bush e gli Zu, perfino Scott Weiland e i Gogol Bordello. Quali possono essere le velleità di un artista che ha segnato con tre lavori eccellenti lo scorso decennio, ma che da troppi anni non sembra essere in grado di lasciare veramente il segno, nonostante un dignitosissimo primo album in proprio e una costante rivalutazione del repertorio dei Pulp da parte di chi c'era e soprattutto di chi non c'era? Infatti, dopo un periodo di obsolescenza indotta in cui sembrava che l'era in cui Jarvis e soci andavano di moda fosse stata del tutto dimenticata, la riscoperta delle nuove generazioni dei capolavori di quella scena - numericamente ben superiori di quelli della presunta rivale Seattle, maggiore rappresentante del rock mainstream americano dei Novanta - ha riportato attenzioni su un personaggio fondamentale nel dare un tono maturo ed elegante alle nuove forme del pop, con uno stile imitatissimo (anche in Italia, si pensi ai toscani Baustelle), e che soprattutto ha saputo lasciare al momento giusto delle canzoni divenute parte del patrimonio popolare inglese, nonché europeo, laddove non si perdeva del tempo prezioso col crossover californiano e le imitazioni di Cobain (quindi non in Italia). Capire i Pulp significa avere un ulteriore metro di giudizio nell'ascolto della musica pop rock degli anni successivi all'ultimo dei tre grandi dischi della band di Shieffield e del brit pop tutto, quel This Is Hardcore a cui, in qualche modo, Further Complications sembra volersi riallacciare almeno nell'umore, certo non nel suono e negli arrangiamenti.
altSarà davvero interessante ascoltare cosa Albini ha combinato coi redivivi Manic Street Preachers, anch'essi presenti nell'ora migliore del brit pop e anch'essi intenti a provare una nuova comunione sonora, nella rievocazione dello spirito dello scomparso Richey Edwards, ma intanto si può già osservare come il risultato ottenuto col secondo lavoro solista di Cocker sia assolutamente apprezzabile. La ruvidità catturata in tutte le undici canzoni offre uno spettro sonoro del tutto nuovo per un artista di questa scena: fosse stata pubblicata nei Novanta, "Slush" sarebbe stata uno dei vertici del movimento, pareggiando i risultati del melodramma della titletrack di "This Is Hardcore". Il pop al retrogusto gospel di "Hold Still" rappresenta invece il momento di maggiore vicinanza col repertorio dei Pulp: l'interpretazione è talmente avvolgente che non ci si accorge dell'assenza di un vero e proprio ritornello. Tornano i Sixties con la parata conclusiva di "You're in My Eyes (Discosong)", mentre hanno del clamoroso pezzi come "Fuckingsong" e la stessa "Further Complications", che cercano di far sposare il pop intellettuale di natura britannica con il noise americano, qualcosa del tutto imprevisto da parte del Jarvis fin qui conosciuto. "Leftovers" riprende saldamente le redini del discorso intrapreso nella sua ormai leggendaria carriera, nata nei primi anni Ottanta e proseguita su circuiti assolutamente underground fino all'esplosione dei Suede e quindi del movimento brit pop tutto. Ma c'è ancora da divertirsi con la superba ironia di "Homewrecker" (altro apice del disco), e la stramba "Pilchard", in cui riecheggiano addirittura i Jesus Lizard di Goat: assurdo! La demenzialità da film dei fratelli Coen del singolo "Angela" e la spassosa schiettezza di "I Never Said I Was Deep" - "if you want someone to share your life, you need someone who is alive ... and if you're waiting to find what's going on my mind, you could be waiting forever" - completano un discorso che sembra più chiaro ascolto dopo ascolto, superato l'impatto shock iniziale, almeno per quanti sono abituati a riconoscere la voce di Cocker in altri contesti. Si tratta quindi di un album da scoprire a poco e poco, ma che quando memorizzato, si rivelerà per essere assolutamente riuscito nei suoi intenti sonori, nonché capace di offrire le tipiche doti liriche e melodiche di questo fenomeno di classe differente.

74/100

http://jarviscocker.net/
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