Scritto da Maddalena Previdi
Lana Del Rey, uno dei nomi più chiacchierati, cliccati e attesi di questi ultimi mesi, ha esordito con il suo album Born to Die. La venticinquenne newyorkese ha saputo fare le mosse giuste nell’insidioso mondo musicale. Insidioso sì, perché ci aveva già provato circa un paio di anni fa. Ma era andata male. Senza alcun successo, aveva debuttato con Kill Kill, quando ancora si faceva conoscere con il suo vero nome, ovvero Elizabeth Grant. La ragazza però non si è arresa: il padre miliardario le ha forse dato un aiutino e cambiando qualcosetta, tipo un nuovo nome d'arte, uno stile meno anonimo e chissà forse un po' di silicone nelle labbra... ed il mondo è ai piedi di Lana Del Rey! Bisogna ammettere che queste aggiustatine le hanno giovato per l’immagine, per il talento... beh, perlomeno parliamone. Una vacanza in Florida pare essere stata decisiva per coniare il fortunato nome d’arte Lana Del Rey. Un nome da diva retrò, glam e dall’intrigante pronuncia per un cittadino americano. Ognuno la inquadra come crede. Forse proprio il suo ostentare materialismo e (finta) sicurezza da donna vissuta sono le armi migliori che ha disposizione, come personaggio.

Le aspettative per questo disco erano molte e inevitabilmente hanno pesato sul primo ascolto. Si può stare tranquilli, Lana non vuole entrare in competizione con una Anna Calvi o una EMA. Stiamo parlando di un LP puramente mainstream destinato più al pubblico delle radio fm che non a quello indie snob, che pure l'aveva già eletta come nuova paladina retro-pop. È da riconoscere che su questo fronte Lana è riuscita a creare un certo scompiglio, mettendo su un caso discografico trasversale neanche troppo risolto dal netto passo indietro di Pitchfork, che l'ha bocciata senza mezze misure dopo averle lanciato la volata fino a poche settimane prima.

Il suo stile da lolita ombrosa è piuttosto chiaro, ora però andiamo alla sostanza della sua musica. Dopo il singolone "Video Games" che l’ha lanciata nell’universo di You Tube facendole collezionare milioni di visite e di remix, oltre all'apprezzamento di illustri personaggi del pop britannico come Jarvis Cocker e Damon Albarn, è stata la volta di "Blue Jeans" e infine della titletrack "Born to Die", accompagnata da un video a dir poco maestoso e cinematografico. Queste tre canzoni parlano molto delle sue migliori qualità, effettive e potenziali: la voce non certo potentissima ma versatile e accomodante, e l'orchestrazione chamber pop a fare il resto. Lana sorprende per le sfumature che sa accarezzare, dalle linee più profonde ai falsetti adolescenziali. Dopo questo assaggio, l’attesa è cresciuta sempre di più. L’album purtroppo non è tutto dello stesso livello (altrimenti staremmo parlando di un capolavoro assoluto del pop contemporaneo!), ma ascoltandone il resto senza storcere troppo il naso si ha quasi l’impressione di essere nella testa e nei sogni di una pupa da film gangster. Dagli intrecci hip hop mischiati con i violini di "National Anthem" o di "Off to the Races", si passa a brani più intimistici come "Million Dollar Man", mentre la malinconia che sembra contornare l’aura di Lana è prepotente in brani come "Dark Paradise" e "Summertime Sadness". In tutto questo pare ovvio che Lana Del Rey sia più da Rolling Stone che da Panopticon, e proprio per questo ammettiamo che nel suo genere Born to Die è un album da 7 pieno. Non pensate che ne usciranno di tanti migliori nei prossimi mesi: non è una produzione indipendente, non compete mica con Anna Calvi, ma con Katy B, Adele, Duffy. Ogni canzone è una potenziale hit da pubblicare anche separatamente: ci sarà solo l'imbarazzo della scelta. Madonna è avvisata. A proposito, vi è mai piaciuta Madonna? Se la risposta è negativa, allora Elizabeth Grant si è presa gioco di voi.


Lana del Rey

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