Scritto da D.S.
One More Whiskey for Mark

MTV: "Com'eri da bambino?"
Lui: "Non sono mai stato bambino".
 
Blues Funeral è il settimo disco in studio a firma Mark Lanegan. Dire che è un disco maturo è sia vero che banale: ci sono molte se non tutte le sue anime passate, e c'è la solita sensazione di forte vissuto presente sin dal lontanissimo esordio degli Screaming Trees datato 1985, in cui il crooner di Ellensburg non solo sembrava adulto, ma appunto, uno che non ha mai avuto un'infanzia o nemmeno un'adolescenza. Arriva a 7 anni dal precedente Bubblegum, cui le note dell'iniziale "The Gravedigger’s Song" sembrano volersi riallacciare, prima che il resto prenda pressoché tutt'altra piega. Registrato agli 11ad studio di Alain Johannes, vede contributi musicali di Jack Irons, Greg Dulli, Josh Homme e dello stesso Johannes.
 
Se Bubblegum era stato pubblicato in piena era Qotsa - con tutti i pregi e difetti del caso - il nuovo arriva dopo una moltitudine di collaborazioni più o meno riuscite: come sparring partner nella saga in fin dei conti un po' stucchevole con Isobel Campbell (arrivati al terzo episodio stiamo ancora aspettando di sapere se alla fine i due hanno quagliato), come vocalist nei dischi dei Soulsavers, che quando l'hanno convinto a partecipare all'ottimo It's Not How Far You Fall, It's the Way You Land (2007) venivano da un debutto trip hop di scarso successo e da quattro anni di inattività, e infine col gemello diverso Greg Dulli, altro personaggio dell'era grunge che come Lanegan non è finito su molte copertine, ma che ha saputo mostrarsi vivo anche dopo lo sparo di Cobain. Tutto questo se parliamo di LP interi, altrimenti di comparsate ne ha avute almeno altrettante.
 
Per qualcuno è stato chiaro sin da subito, per altri ci sono voluti più ascolti, ma tant'è: Blues Funeral non è il capolavoro che si sperava, e non è neanche un album che può competere con i migliori solisti di Mark. Ha il problema di essere ingenuo nelle soluzioni stilistiche, negli arrangiamenti, nelle basi elettroniche impostate dall'amico Johannes, in definitiva nella riuscita finale. A tratti non sembra neanche opera di uno venuto su a Seattle e che è passato per il deserto californiano. Intendiamoci, niente da ridire sull'intenzione di voler provare a suonare diverso, ma il contrasto fra la voce tenebrosa cui siamo abituati e il contesto strumentale - con particolare riferimento alle drum machine, utilizzate in modo principiantesco - su cui questa si appoggia stavolta non gioca a favore del risultato, come invece accadeva nei Soulsavers. C'è qualcosa che non va e non sono le canzoni, né tantomeno le interpretazioni di Lanegan. Piuttosto, un po' come in Bubblegum, la sensazione è che chi gli sta attorno non lo abbia fatto rendere al meglio, come invece riusciva a Mike Johnson in dischi ormai semi-classici come Whiskey for the Holy Ghost o Scraps at Midnight. Quando si dice che Mark potrebbe leggere anche il bollettino meteo mentre girano quattro accordi che tanto con quella voce farebbe comunque un figurone, si dice il vero. Tuttavia Blues Funeral appare come un pugno di canzoni privo di forza e scoordinato, quasi asettico, in cui la forma sonora non appare mai completamente a fuoco.
 
Pare una stroncatura. E di fatto lo è. Poi però vengono fuori gli aspetti positivi, che in un disco di o con Mark Lanegan non mancano mai. Si può facilmente immaginare che un pezzo come "Quiver Syndrome", distortissimo e con tanto di coretti alla Rolling Stones, dal vivo farà furore, o che il singolo "Harborview Hospital" - per quanto reminiscente degli U2 - sia destinato a diventare uno dei momenti più rappresentativi dell'artista post 2000. Alcune canzoni, seppur trascinate un po' troppo per lunghe, mostrano quali erano gli intenti positivi alla base del progetto: il downtempo di "Bleeding Muddy Water" sarebbe stato un blues spettrale in Scraps at Midnight; "Ode to Sad Disco" non sarà molto credibile, ma a Bowie abbiamo perdonato di ben peggio; c'è poi "St. Louis Elegy", che si identifica più delle altre nel titolo dell'album (e viceversa); infine, per chi rimpiange il periodo dark folk, ecco "Leviathan" e soprattutto "Deep Black Vanishing Train" come rifornimento.
Blues Funeral fallisce laddove anche l'alterno Bubblegum era riuscito, ovvero nell'alimentare ulteriormente la leggenda del buon Lanegan. Ma dopo tutti questi anni, passate le vicende grunge e le comparsate nei Queens of the Stone Age, con almeno un paio di album solisti che messi assieme quelli di altri idoli di Seattle non ne fanno mezzo, e con una spasa di opere minori che per tanti sarebbero comunque un traguardo da raggiungere, come non accettare di buon grado anche un disco magari imperfetto ma certamente ancora vivo come questo? Cos'altro deve dimostrare Mark? Non aspettatevi che raccolga le cicche dal pavimento. Se poi volete proprio fargli il funerale, che questo almeno sia blues!

 
 69/100

 
The Winding Sheet (1990). Nella pausa fra il passaggio dalla SST alla Epic, gli Screaming Trees si dedicano ai progetti solisti. Il debutto di Mark si fa ricordare per quella "Where Did You Sleep Last Night" registrata con Cobain (che per Lanegan ha sempre speso belle parole, al contrario che per altri...), ma anche e soprattutto per il concetto che muoverà tutta la prima e più significativa parte della discografia solista: voce, chitarra acustica, sigaretta e bottiglia di whiskey. Tutto il resto non conta, o forse non c'è. 73/100
 
Whiskey for the Holy Ghost (1994). L'universo poetico di Lanegan è pieno di ansia e dolore, ma non è difficile scorgere del puro, assoluto fascino in ciò, fin dai primi ascolti: le trame luminose delle chitarre, i testi pieni di immagini e situazioni forti, gli arrangiamenti discreti ma creativi, ne fanno un prodotto che si inserisce nella grande tradizione dei poeti in musica come Nick Cave e Leonard Cohen. Potete sorseggiarlo tutto d'un fiato, oppure un po' alla volta: alla salute del Santo Fantasma. Tra le tante versioni, da solo o accompagnato, questo risulta ancora oggi il suo miglior album in assoluto. DISCO CHIAVE.
 
Scraps at Midnight (1998). Altri quattro anni e arriva il degno seguito del capolavoro: nel terzo capitolo solista Lanegan è profondo e melanconico come non mai, muovendosi in ambientazioni che vanno dal Western dell'iniziale "Hospital Roll Call" al blues spettrale della conclusiva "Because of This". In mezzo, due delle migliori canzoni della sua intera produzione: il singolo "Stay" e soprattutto "Last One in the World", una vera gemma folk rock. Se non raggiunge lo status di pietra miliare, è solo perché il disco che l'ha preceduto gli ha già occupato la piazza. 83/100
 
I'll Take Care of You (1999). Un album di cover chiude il periodo migliore. Non una mera collezione di vecchi successi, ma una serie di chicche della migliore tradizione blues, gospel e folk americana, reintrepretate con la saggezza di un crooner d'altri tempi. Ancora una volta, fondamentale il supporto di Mike Johnson, già Dinosaur Jr., per quel che risulta essere qualcosa di più di un disco di versioni dunque: brani come "Carry Home", "Creeping Coastline of Lights" e "Consider Me", senza dimenticare la strepitosa titletrack, si inseriscono di prepotenza tra i classici dell'artista di Ellensburg. 80/100
 
Field Songs (2001). Formula che vince non si cambia, ma pure senza un minimo di stanchezza, i confronti diretti con il passato mostrano per la prima volta il limite: Field Songs non fa altro che cercare di consolidare quanto prodotto negli anni Novanta, e per lunghi tratti ci riesce anche piuttosto bene (memorabile in particolare la doppietta iniziale). La sensazione, data dalle prime critiche e anche dalle rumorose esibizioni dal vivo, è che la svolta sia davvero dietro l'angolo. 72/100
 
Here Comes That Weird Chill EP (2003). Il nuovo corso, figlio della ribalta con Songs for the Deaf, non fallisce nell'aggiungere melodramma intorno alla figura di Mark Lanegan. Molti personaggi della scena rock di Los Angeles fanno a gara per un cammeo nelle registrazioni del nuovo disco del sopravvissuto di Seattle. Ne consegue un'abbondante quantità di materiale che Mr. Borracho divide in modo non del tutto azzeccato fra album ed EP. Frammentario e schizofrenico, Here Comes That Weird Chill risulta curiosamente più a fuoco di Bubblegum, forse perché avvantaggiato dalla durata del formato che ne limita l'evidenza dei difetti. 76/100
 
Bubblegum (2004). Il momento di massima esposizione nella storia di Lanegan è ben successivo ai giorni del grunge, ed è in gran parte dovuto al successo commerciale dei Queens of the Stone Age, cui Mark si aggrega in pianta stabile per un po' e alla cui carica stramba e fuori controllo sceglie di lasciarsi andare. Ne consegue un album freneticamente rock e non più composto in buona parte di folk nero e riflessivo. Il blues si è fatto tanto squilibrato e isterico - colpa degli illustri collaboratori, probabilmente - da stonare e travolgere un Lanegan che sembra subire la trasformazione musicale, più che condurla attivamente. 65/100



di Daniele Sassi


 

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