Scritto da D.S.
Titolo: Dorwytch Autore: Alexander Tucker Anno: 2011 Elemento: alt
altadventurous folk. Glockenspiel, violoncello, chitarra acustica, e una tenor voice che ricorda proprio Maynard dei Tool. Queste le carte da gioco di Alexander Tucker nel suo primo disco per la Thrill Jockey di Chicago. Il polistrumentista britannico - che già aveva fatto raccolto buone recensioni con l'affascinante Portal (2008) - continua a raccontare storie e scenari da cerchio celtico (leggi Björn Larsson, pubblicato dalla Iperborea in Italia), assemblando un rock minimalista e trascendentale in grado di affascinare et appassionati di folk apocalittico et post metallari ormai cresciuti o disaffezionati. Tucker indossa la veste bianca del druido e, senza mai esagerare, riesce a mettere in piedi un album da camera multisfaccettato, sia ritmico che di stasi contemplativa. Qua e là vengono fuori perfino dei trattamenti elettronici che in teoria dovrebbero stonare, ma che in realtà riescono nell'obiettivo di non far sembrare monocorde la pittura nella sua totale estensione. Gli archi e la profondità delle interpretazioni vocali fanno il resto. All'ascoltatore la sentenza: è una bella messa in scena tipo El Cielo dei Dredg - cui ormai è caduta la maschera - o si tratta di qualcosa di vero? E' Alexander Tucker un compositore sincero e tutto da riscoprire (un po' come il caro Martin Grech), o è solo un altro abile amanuense? Ci sentiamo di propendere per la prima ipotesi, trovando nelle quattordici canzoni dello scultore folk di Kent alcune epifanie di una poetica che appare tutto sommato seducente e ben focalizzata. Non sarà un disco per tutte le stagioni, ma in fondo basterà comprare una candela e attendere il primo giorno di pioggia per trovare il contesto giusto all'ascolto di Dorwytch.

77/100

Alexander Tucker at Thrill Jockey

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