Titolo: Passover
Autore: The Black Angels
Anno: 2006
Elemento:
psych rock[/i]. Un approccio al rock rigorosamente retrò, un nome ispirato da una canzone dei Velvet Underground (“Black Angel’s Death Song”), la follia della guerra come tema principale delle liriche ed una copertina in bianco e nero tanto ipnotica e lisergica quanto evocatrice dell’immaginario che li ispira, sono gli elementi costitutivi del primo full lenght della band di Austin, Texas. Com’è intuibile sono fortemente debitori a gruppi appartenenti al versante psichedelico dei 60’s, impossibile non scorgere echi dei concittadini 13th Floor Flevators o della già citata creatura di Andy Warhol (senza negare una strizzatina d’occhio ai più attuali Brian Jonestown Massacre, per dirla tutta). Fortunatamente, per noi e per loro, non si limitano a rivisitare le radici della psichedelica o a imitare i prosecutori di quella tradizione, i Black Angels pennellano brani con tinte scure, tanto che in alcuni frangenti sembrano prendere pieghe dooomy, come nell’iniziale "Young Men Dead" o nella più rarefatta "The Sniper at the Gates of Heaven", non si tirano indietro quando c’è da pestare con mantra come Black Grease, in cui sfoderano un basso tanto possente da far tremare i muri, vanno a pescare ritmiche vicine agli ultimi anni dei Settanta come in "The Prodigal Sun". Non mancano episodi più dilatati in cui si lascia maggiore spazio a divagazioni cosmiche, come nella lenta e crescente "Manipulation" o nella tribale "Empire". E’ un disco che propone diverse sfaccettature e che nel farlo riesce anche a convincere, e un disco del genere non poteva che essere chiuso da una velvetiana "Call to Arms". 73/100 (E.R.)[/spoiler]
psych rock. Un approccio al rock rigorosamente retrò, un nome ispirato da una canzone dei Velvet Underground (“Black Angel’s Death Song”), la follia della guerra come tema principale delle liriche ed una copertina in bianco e nero tanto ipnotica e lisergica quanto evocatrice dell’immaginario che li ispira, sono gli elementi costitutivi del primo full lenght della band di Austin, Texas. Com’è intuibile sono fortemente debitori a gruppi appartenenti al versante psichedelico dei 60’s, impossibile non scorgere echi dei concittadini 13th Floor Flevators o della già citata creatura di Andy Warhol (senza negare una strizzatina d’occhio ai più attuali Brian Jonestown Massacre, per dirla tutta). Fortunatamente, per noi e per loro, non si limitano a rivisitare le radici della psichedelica o a imitare i prosecutori di quella tradizione, i Black Angels pennellano brani con tinte scure, tanto che in alcuni frangenti sembrano prendere pieghe dooomy, come nell’iniziale "Young Men Dead" o nella più rarefatta "The Sniper at the Gates of Heaven", non si tirano indietro quando c’è da pestare con mantra come Black Grease, in cui sfoderano un basso tanto possente da far tremare i muri, vanno a pescare ritmiche vicine agli ultimi anni dei Settanta come in "The Prodigal Sun". Non mancano episodi più dilatati in cui si lascia maggiore spazio a divagazioni cosmiche, come nella lenta e crescente "Manipulation" o nella tribale "Empire". E’ un disco che propone diverse sfaccettature e che nel farlo riesce anche a convincere, e un disco del genere non poteva che essere chiuso da una velvetiana "Call to Arms".
73/100
The Black Angels