Scritto da E.F.
Titolo: Give Till It's Gone Autore: Ben Harper Anno: 2011 Elemento:
lazy soul rock[/i]. Alla notizia dell’uscita del nuovo album di Ben Harper, sorge spontanea una domanda: cosa aspettarsi ancora nel 2011? La risposta sta nel fatto che non solo sappiamo che il meglio lo ha dato circa 15 anni fa con la triade Welcome to the Cruel World / Fight for Your Mind / The Will to Live, ma anche (soprattutto?) nella constatazione che la qualità raggiunta allora non sia mai stata avvicinata dai lavori successivi, in particolare da quelli post-2000. E se in tempi recenti Lifeline non era sembrato un disco completamente da buttare via (per quanto tranquillamente trascurabile), di certo non vi erano grandi attese dal punto di vista delle idee e dell’ispirazione per questo nuovo Give Till It’s Gone, sebbene l’annunciato abbandono di ogni band di supporto, per un ritorno ad una veste più cantautoriale, potesse riaccendere una debole speranza. Come spesso accade ad album che si rivelano poi mediocri, ad un primo ascolto non si può dire che gli undici brani presentati siano brutti: non vi sono difetti immediatamente apparenti, né eccessive sbrodolature. Eppure, di certo Give Till It’s Gone è un album che lungo i suoi 40 minuti non ci esalta mai, e che malgrado gli annunci è molto distante dal rappresentare una desiderata dimensione più intima e sentita; come se non bastasse, in più di una occasione ci si sorprende a sbadigliare, tanto che non faticheremo a dimenticarlo presto, e senza rimpianti. “Don’t Give Up On Me Now”, “Pray That Our Love Sees the Dawn” e “Feel Love” sono esempi di un modus operandi prevedibile, mentre “Rock N’ Roll Is Free” e “Do It for You, Do It For Us” incarnano un rock fin troppo stereotipato, adatto solo ad adolescenti ancora ignari delle bellezze del mondo musicale o a quelli che “il rock è morto negli anni ‘70”. Se “Dirty Little Lover” vuole mostrare la  faccia cattiva con un suono rude, ma suonando fin troppo prodotta e poco spontanea per essere credibile, “Clearly Severely” è inaspettata per un suono che sta tra reminiscenze grunge (un mini-riff di chitarra rubato a Cobain) e la volontà di fare l’occhiolino al pubblico indie (ci pare, però, con poche possibilità di successo). Per finire, non si può non segnalare “Spilling Faith”, che vede l’apparizione di Ringo Starr, un brano dalla (ovvia) atmosfera beatlesiana che confluisce in una noiosa e statica sessione strumentale (“Get There from Here”) di quasi 6 minuti, fin troppi per quel poco che propone. In definitiva, Ben Harper vorrebbe dimostrare di sapere suonare di tutto, dal soul all’hard rock al pop raffinato, ma il suo ammirarsi allo specchio non può convincerci della bontà del suo lavoro: quello che qui manca sono le canzoni vere, sincere e ben scritte, qualcosa che vada oltre blande e pigre soluzioni di maniera, apprezzabili solo da chi abbia davvero poche pretese, e le orecchie rivolte al passato. 5/10 (E.F.)[/spoiler]
lazy soul rock. Alla notizia dell’uscita del nuovo album di Ben Harper, sorge spontanea una domanda: cosa aspettarsi ancora nel 2011? La risposta sta nel fatto che non solo sappiamo che il meglio lo ha dato circa 15 anni fa con la triade Welcome to the Cruel World / Fight for Your Mind / The Will to Live, ma anche (soprattutto?) nella constatazione che la qualità raggiunta allora non sia mai stata avvicinata dai lavori successivi, in particolare da quelli post-2000. E se in tempi recenti Lifeline non era sembrato un disco completamente da buttare via (per quanto tranquillamente trascurabile), di certo non vi erano grandi attese dal punto di vista delle idee e dell’ispirazione per questo nuovo Give Till It’s Gone, sebbene l’annunciato abbandono di ogni band di supporto, per un ritorno ad una veste più cantautoriale, potesse riaccendere una debole speranza. Come spesso accade ad album che si rivelano poi mediocri, ad un primo ascolto non si può dire che gli undici brani presentati siano brutti: non vi sono difetti immediatamente apparenti, né eccessive sbrodolature. Eppure, di certo Give Till It’s Gone è un album che lungo i suoi 40 minuti non ci esalta mai, e che malgrado gli annunci è molto distante dal rappresentare una desiderata dimensione più intima e sentita; come se non bastasse, in più di una occasione ci si sorprende a sbadigliare, tanto che non faticheremo a dimenticarlo presto, e senza rimpianti. “Don’t Give Up On Me Now”, “Pray That Our Love Sees the Dawn” e “Feel Love” sono esempi di un modus operandi prevedibile, mentre “Rock N’ Roll Is Free” e “Do It for You, Do It For Us” incarnano un rock fin troppo stereotipato, adatto solo ad adolescenti ancora ignari delle bellezze del mondo musicale o a quelli che “il rock è morto negli anni ‘70”. Se “Dirty Little Lover” vuole mostrare la  faccia cattiva con un suono rude, ma suonando fin troppo prodotta e poco spontanea per essere credibile, “Clearly Severely” è inaspettata per un suono che sta tra reminiscenze grunge (un mini-riff di chitarra rubato a Cobain) e la volontà di fare l’occhiolino al pubblico indie (ci pare, però, con poche possibilità di successo). Per finire, non si può non segnalare “Spilling Faith”, che vede l’apparizione di Ringo Starr, un brano dalla (ovvia) atmosfera beatlesiana che confluisce in una noiosa e statica sessione strumentale (“Get There from Here”) di quasi 6 minuti, fin troppi per quel poco che propone. In definitiva, Ben Harper vorrebbe dimostrare di sapere suonare di tutto, dal soul all’hard rock al pop raffinato, ma il suo ammirarsi allo specchio non può convincerci della bontà del suo lavoro: quello che qui manca sono le canzoni vere, sincere e ben scritte, qualcosa che vada oltre blande e pigre soluzioni di maniera, apprezzabili solo da chi abbia davvero poche pretese, e le orecchie rivolte al passato.

51/100

Ben Harper
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