Titolo: Dubfellas vol. 2
Autore: Almamegretta
Anno: 2010
Elemento:
dub. Gli Almamegretta decidono di riprendere il percorso
intrapreso con il primo album dopo la tragica scomparsa di D.RaD, ma il
passo è decisamente diverso. Melodie più accattivanti e una punta di
aggressività in più rendono Dubfellas vol. 2 un disco più valido del
precedente. Il più valido, anzi, dai tempi di Sciuoglie ‘e cane.
Radicalizzare l’attitudine dub è un’operazione rischiosa, in anni in
cui il genere sta subendo i profondissimi cambiamenti di cui parliamo
in ogni numero quando proponiamo un disco dubstep. Questi cambiamenti
non sembrano essere stati interiorizzati dalla band (per intenderci, in
Dubfellas non troveremo tracce come “Blue Eyez” di
Skream!).
Al contrario, per la produzione dell’album gli Almamegretta si sono
affidati a Neil Perch, fondatore degli Zion Train, gruppo inglese di
punta negli anni ’90, per quanto riguarda il suono caraibico. Una
scelta, da un certo punto di vista, conservatrice, ma che ha aiutato
molto nella ricerca di un sistema sonoro più corposo e di una base dub
più credibile su cui costruire le diverse parti che compongono l’album:
si va dal rock (“Drop & Roll” e “Rescue”) al blues (“Didn’t Leave
Nobody”) dalla dancehall di “My Time” alla musica etnica di “Healing
Step”. C’è spazio anche per una techno infetta in “Once in a Lifetime”
e per il soul particolare di “Gypsy Shoes”. Gli Almamegretta hanno dato
prova di saper inventare qualcosa di buono e di fresco, con buone
melodie e buone idee. Ma ci sono anche diversi aspetti negativi. Troppo
spesso la serietà del groove è compromessa da effetti vocali che
sfiorano il ridicolo, come in “PPP”, l’elettronica non è sempre
all’altezza, a volte ingenua, a volte di plastica, e alcuni
arrangiamenti sono un vero e proprio crimine. “Didn’t Leave Nobody”,
perla del film O Brother Where Art Thou?, è offuscata da un uso dei
sintetizzatori e dei bassi troppo semplicistico e approssimato, un
malanno della musica italiana tutta che si fa sentire spesso anche
nelle parti più rock dell’album. Sono pecche importanti che minano un
album generalmente buono che quindi non riesce a riconsegnare agli
Almamegretta il ruolo di protagonisti della scena musicale italiana. Ad
ogni modo, la fiducia nella band è grande e il trend positivo è in
crescita. C’è di che sperare.
6.5/10