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quasi due anni di distanza dall'acclamatissimo Amen (2008) - album che senza dubbio merita di essere ricompreso nel ristretto novero dei dischi
Made in Italy più significativi del decennio che ci siamo appena lasciati alle spalle - i Baustelle ci riprovano con I Mistici dell'Occidente, uscito lo scorso 26 marzo per la Atlantic/Warner Music, che pare destinato a dividere e far discutere, forse anche più dell'illustre predecessore.

Prodotto da Pat McCarthy, noto per aver collaborato nel recente passato con artisti del calibro di R.E.M., U2 e Madonna, prende il titolo da un celebre trattato del filosofo e saggista torinese Elemire Zolla, e rappresenta, sia musicalmente che dal punto di vista delle tematiche trattate, un notevole punto di rottura con tutto quanto realizzato dalla band senese nella prima parte della propria carriera, andando semmai a completare quella trasformazione iniziata proprio con Amen.
Perse totalmente per strada la spontaneità giovanile e le stranezze sonore registrate a bassa fedeltà che tanto piacciono al popolo indiesnob, Francesco Bianconi e soci hanno definitivamente scelto di privilegiare una forma di cantautorato maturo, che pesca a piene mani dalla più nobile tradizione italiana. I Mistici dell'Occidente, fin dai primissimi ascolti, appare ambizioso e riuscito. A livello di composizione, si respira Fabrizio
De André quasi in ogni brano (l'incipit della titletrack, in particolare, è un tributo esplicito), mentre gli arrangiamenti si fanno spesso orchestrali ed estremamente elaborati, tanto da finire in alcuni casi col richiamare da vicino le colonne sonore del Maestro Ennio Morricone (“La bambolina”); in altri sfociano addirittura nel progressive vero e proprio (la coda strumentale di “L'indaco”).
Siamo quindi di fronte ad un nuovo capolavoro di cantautorato italico? Chi scrive si permette di nutrire più di un dubbio a riguardo. Il risultato finale, infatti, per quanto coraggioso e distante anni luce da certe bassezze tipiche della musica pop(olare) del Belpaese, paga un notevole pegno in termini di immediatezza e fruibilità, che inevitabilmente finisce col condizionare non poco il giudizio complessivo sull'opera.
Purtroppo, dei numerosi richiami al pop d'oltremanica presenti in Amen non è rimasto molto, giusto qualche traccia nell'energica “L'estate enigmistica”, brano probabilmente destinato a divenire il nuovo tormentone estivo della band, e nella bucolica “Le rane”, canzone dall'incedere scanzonato in cui Bianconi riflette sul passare del tempo e sulla progressiva perdita di quell'innocenza tipica dell'età adolescenziale. Sicuramente non nel mediocre singolo “Gli spietati”, episodio abbastanza sconclusionato, che di radiofonico sembra

avere davvero poco. D'altra parte, incredibile a dirsi visto che stiamo parlando dei Baustelle, I Mistici Dell'Occidente non si presenta come una raccolta di potenziali successi commerciali in attesa solo di essere adeguatamente pubblicizzati. È un disco che suona molto compatto e che deve essere valutato nel suo insieme e nelle sue riflessioni, che lo stesso autore ha spiegato di aver buttato giù abbastanza di getto, spesso incentrate sul tema della totale mancanza di valori che caratterizza in negativo la società consumista nella quale viviamo. Emblematico, in questo senso, “San Francesco”, pezzo in cui il Nostro rende omaggio alla figura del Santo di Assisi, capace, pur tra mille umanissimi dubbi, di prendere le distanze dai beni materiali, fonte di ogni male, in favore di un approccio alla vita strettamente spirituale.
Questa
svolta mistica dei Baustelle, per quanto interessante, riesce tuttavia a convincere solo a tratti, complice l'evidente pesantezza di fondo delle tematiche affrontate. C'è modo e modo di essere un cantautore impegnato. La poetica di un De Andrè, ad esempio, non suona mai pesante e verbosa, al contrario è sempre leggera e asciutta. La sua forza è tutta lì. È musica che vuole essere popolare, nel senso di scritta per il popolo da uno che si sente parte di esso. Qui, invece, risulta presente qualche intellettualismo di troppo, che la densità di fondo dell'intreccio sonoro finisce col mettere ancora più in evidenza. Quell'equilibrio praticamente perfetto tra leggerezza e profondità che i Baustelle avevano raggiunto con Amen è purtroppo in buona parte venuto meno.
A conti fatti, I Mistici dell'Occidente è un'opera che non può sicuramente esser considerata un fallimento, ma che, col passare degli ascolti, finisce sempre più con l'assumere le grigie sembianze dell'occasione persa piuttosto che quelle del significativo mutamento di rotta. La speranza e l'augurio, a questo punto, è che Bianconi e soci riescano nell'immediato futuro a mettere nuovamente a fuoco la propria proposta: il problema non è crescere e diventare grandi, è il modo in cui si pretende di farlo.