Scritto da C.M.
Titolo: Rest in Space Autore: Capitain Mantell Anno: 2010 Elemento:

dance rock. Quando un disco rock può vantare tra le sue peculiarità una bella cassa dritta (si ascolti “My Radar” e “Uri Geller” per trovare riferimenti precisi), si asseconda la teoria sostenuta da un mio caro amico (del quale non farò il nome) secondo la quale “se ci fosse più cassa dritta nella musica, avremmo meno problemi nel mondo”. E il trio veneto, al secondo full length, il primo in uscita per la Hypotron / Irma Records, sembra aver recepito forte e chiaro l’invito a far ballare più gente possibile. Quello che nel precedente lavoro Long Way Pursuit era abbozzato e forse acerbo, diventa punto di partenza per costruire i dieci pezzi dance rock che compongono questo nuovo capitolo della saga mantelliana. Il tutto nasce quando Tommaso Mantelli, voce e basso del combo (reclutato anche dal Teatro degli Orrori per rimpiazzare Giulio Favero per le date del nuovo tour), scopre di essere protagonista di un curioso caso di omonimia con colui il quale segnò una svolta nell’ufologia, il capitano dell’aeronautica americana Thomas Mantell. Nel 1948 costui passò alla storia per essere il primo (e unico, credo…) essere umano deceduto inseguendo coraggiosamente un presunto UFO (!) con un aereo. Eccosi creato quasi per caso un immaginario vincente per una band che rimanda esplicitamente con il suo sound a viaggi spaziali attraverso battaglie combattute su dancefloor intergalattici. Completano l’equipaggio il Doctor Ciste (alias Nicola Lucchese) con le sue armi elettroniche e il Sergente Roma (alias Omero Vanin) fornitore ufficiale del carburante ritmico. Probabilmente la scena newyorchese e tutto l’electroclash dell’ultimo decennio hanno già detto cose simili, ma il disco in questione aggiunge ingredienti fondamentali come una sana attitudine punk, con una strizzata d’occhio ai Devo. L’assenza delle chitarre è sapientemente compensata dai synth, che creano una struttura solida per le linee melodiche dal sapore prettamente pop costruite da Mantelli, ricordando qualcosa dei Pet Shop Boys come in “Turn Your Head Around” e “My Radar”. Siamo di fronte ad un lavoro discreto di una band che rinforza le file di un movimento portato da un vento fresco che spira dal nord-est italico. Lo stesso che spingeva i No Seduction, recensiti pochi numeri fa sulle nostre pagine. È un vento che spinge una solida base rock condita con una marcata attitudine ballereccia, che però per far breccia nei club italiani e non, forse difetta nella corposità di un suono sicuramente migliorabile in fase di produzione. Io comunque azzarderei un bel saranno famosi.

70/100
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