Titolo: Tons of Friends
Autore: Crookers
Anno: 2010
Elemento:
club music. Gli
enfants terribles della musica da club italiana, i Crookers, ci propongono finalmente il loro primo vero lavoro in studio. E non è niente male. Milanesi di nascita, assieme ai compatrioti Bloody Beetroots, colpiscono per la loro attitudine rock nel fare musica elettronica, rappresentando una delle realtà più interessanti dello Stivale. Raggiungono questo status grazie a numerose collaborazioni e remix di successo, mostrandosi poco schizzinosi riguardo al genere musicale, dal rock al rap nostrano. Proprio quest’attitudine caratterizza Tons of Friends, pregevole contenitore di variazioni sul tema Groove. Ogni traccia corrisponde ad una collaborazione, e di nomi importanti ce n’è molti da molte realtà differenti. Si parla, in ambiente r’n’b, di artisti del calibro di Kelis, Will.i.am, Pitbull, Rye Rye piuttosto che Tim Burgess dei
Charlatans, i Soulwax e tantissimi altri. Le influenze più chiare sono quelle dei maestri del Beat americano, Missy Eliott, Timbaland e Pharrel Williams principalmente, ma anche la french touch tutta, l’indie del Nord Europa, ma soprattutto traspare il modo tutto italiano di fare elettronica portato verso nuovi lidi, votandolo finalmente all’internazionalità che si merita. Non hanno paura di niente i Crookers. Contaminano, maneggiano, si cimentano e ci si perde in questo zibaldone di stili (mirabile la collaborazione con Carrie Wilds in “Have Mercy”), divincolandosi con successo anche fra dubstep, house, techno e persino raggaeton e invasioni giamaicane, che però segnano il vero punto debole dell’album. In questo senso, “Arena” è l’esempio di queste tracce poco ispirate e dal cattivo odore di già sentito. Per motivi diversi, un’altra canzone da dimenticare è “Put Your Hands on Me”, in cui il duo calca troppo la mano sulla parte easy-listening della dance, toccando uno dei punti più bassi dell’album. A parte queste ultime digressioni, ogni pezzo è potenzialmente un singolo dal successo assicurato nei dancefloor americani ma anche europei, come dimostra la splendida “Royal T” (featuring Roisin Murphy), con le sue citazioni dance
old-school e colma di suoni anni ’90 tipicamente europei opportunamente ricontestualizzati. Sono canzoni come questa a risaltare in un disco generalmente buono, ma con qualche prova diametralmente negativa che spinge all’uso del tasto skip. Alcuni avranno paura di lodare un album così spudoratamente
commerciale (per usare un termine infantile). Peggio per loro, si perderanno un sacco di divertimento.
65/100