Scritto da S.P.

Titolo: I Milanesi Ammazzano il Sabato Autore: Afterhours Anno: 2008 Elemento:


Ecco cosa sembra dire la storia: dai primissimi anni'90 gli Afterhours hanno tenuto alta la bandiera di gagliarda band rock alternativa italiana raccogliendo svariati successi e riconoscimenti nel corso degli anni; Germi e Hai Paura del Buio? contano ancora parecchi estimatori tra pubblico e critica. Ma qualcosa inizia a incrinarsi nel tempo, quando la definizione stessa di “band alternativa” inizia a stare stretta più agli ascoltatori che non a loro stessi.

In un contesto musicale in evoluzione, le “storiche” band di rock italiano (e qui si aggiungono anche i Marlene Kuntz) non riescono più a stare al passo coi tempi come riuscirono a fare nel decennio precedente; per di più gli Afterhours sembrano ormai perdersi dietro i capricci di un uomo mai del tutto cresciuto. Il fondo del barile viene raggiunto con Ballate per Piccole Iene, ma nel disperato tentativo di rimediare il gruppo decide di rinnovarsi parzialmente, abbandonando le atmosfere più cupe per cercare un'ironia che stava venendo a mancare.

Ecco dunque I Milanesi Ammazzano il Sabato, e i risultati sono imbarazzanti. L’innovazione di cui si era tanto parlato non porta i risultati sperati: il suono e la produzione sono sì moderni, ma in una maniera che non si addice né al disco né al suono della band, e in questa nuova veste tali ingredienti mal mescolati risultano solamente forzati e un tantino fasulli. Ma il particolare di cui gli Afterhours sembrano essersi completamente dimenticati riguarda le canzoni. Troppo brevi, troppo incompiute, banali, risultano mediocri e prive di mordente nonostante il loro tentativo di tornare più rock. Il pubblicizzatissimo lavoro viene anticipato dal singolo Riprendere Berlino, un pezzo che da solo è in grado di rovinare un’intera discografia, un brano che può solo far piangere i nostalgici di Bye Bye Bombay. Perché è triste vedere che ancora oggi, nel 2008, gli Afterhours (e quando dico Afterhours mi riferiscono inevitabilmente sempre e solo a Lui) giochino sul serio a fare gli alternativi, che ci credano, che rimarchino sempre gli stessi concetti e gli stessi stereotipi, che partoriscano un lavoro tanto ruffiano e irritante. I testi che vogliono essere ironici in realtà iniziano ad essere difficilmente sostenibili, quando non passano inosservati.

Questa è la continua sensazione durante l’ascolto, una volta finito si tenterà solamente di nasconderlo da qualche parte per potersene dimenticare del tutto. Io in realtà vi consiglio di portarlo sempre con voi, non si sa mai che abbiate la “fortuna” di incrociare Manuel Agnelli in persona, almeno vi farete ridare i soldi indietro.

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