"M
i pare che sempre di più sarebbe necessario che invece di dire che Fabrizio è il Bob Dylan italiano, si dicesse che Bob Dylan è il Fabrizio americano”Fernanda PivanoNon è impresa facile scegliere soltanto un album tra tutti quelli composti dal maestro Fabrer in quarant’anni di carriera, ma sono sicuro che se eleggessi “opera omnia” Creuza De Mà, nessuno avrebbe qualcosa in contrario.
La discografia che attraversa tutti gli anni 80 e che arriva fino alla metà degli anni 90 è segnata, secondo molti, dagli album migliori, quelli di maggior caratura artistica, del cantastorie genovese.
Creuza De Mà, tra tutti questi è sicuramente quello più rappresentativo; è come se fosse nato per scriverlo e cantarlo; come se avesse quei suoni e quelle canzoni già dalla nascita.
A distanza di venticinque anni dagli esordi, Creuza De Mà è l’undicesima tappa del percorso artistico di Fabrizio De André.
L’album nasce come collaborazione con Mauro Pagani, polistrumentista e produttore, conosciuto da Faber anni prima durante la collaborazione tra il cantautore e la PFM.
Che Fabrizio sia un personaggio particolarmente indipendente dalle tendenze e mode era già allora cosa risaputa, ma l’idea che aveva in mente per l’album che sarebbe poi diventato Creuza De Mà, sembrava fin troppo controproducente.
Faber, dopo aver scartato il dialetto sardo (che non padroneggiava ancora adeguatamente), decise che avrebbe cantato in dialetto genovese, considerata da lui una vera e propria lingua.
La scelta sarebbe caduta sul dialetto genovese per vari motivi: il maggior numero di parole tronche rispetto alla lingua italiana; la musicalità del genovese; un ulteriore omaggio a Genova che è il centro del mondo di Creuza De Mà, anche se la città immaginiria perfetta è la somma di tutti i paesi affacciati sul mediterraneo. Userà, infatti, il genovese antico, una lingua influenzata da altre lingue mediterranee, tanto che neanche i genovesi capiranno perfettamente le liriche utilizzate dal maestro.
Quando l’album arrivò nei negozi, nel marzo 1984, fu un fiasco assoluto.
Soltanto col tempo si capii il suo reale valore.
La critica arrivò a premiarlo come album del decennio, e ancora adesso è considerato uno dei migliori album degli anni 80.
L’apporto musicale in sede di arrangiamenti di Mauro Pagani è formidabile; con grande anticipo sui tempi tratta la musica etnica, utilizzando strumenti antichi e medievali, percussioni, violini, viole, bouzouki, oud, saz, mandolini. L’accoppiamento musica etnica/ dialetto genovese (Pagani- De André) è un connubio perfetto, ed è magico ascoltare le parole e le melodie vocali seguire di pari passo gli arrangiamenti musicali ideati da Mauro Pagani.
Sono queste le atmosfere in cui si muovono e prendono vita, tra i vicoli, nelle osterie, al Porto Antico, i protagonisti di Creuza De Ma.
Fabrizio, seppur in una nuova veste, è sempre il solito porto di mare in cui approdano i naufraghi della vita; un isola nel bel mezzo del mare in tempesta che ci canta della “Pittima”, colui che nell’antica Genova aveva il compito di “esigere i crediti dei debitori insolventi” (cit. booklet); ci racconta la sfilata per i vicoli delle puttane di “A Dumenega”, nella loro giornata di riposo, osservate dai benpensanti; che regala sensuali versi d’amore a Jamin- a, "la sultan- a de e bagascie", oppure, "la stella negra ch’a luxe".
Non c’è bisogno di essere genovesi per capire. No?
Ma il vero protagonista dell’album è il marinaio. Eterno viaggiatore in balia delle acque, col volto scalfito dai venti del mondo.
Se vogliamo, si può considerare Creuza De Mà un album dall’ascolto circolare. L’album è aperto dalla canzone omonima, tra le più belle composizioni italiane di sempre, in cui un gruppo di marinai, esausti dopo un lungo viaggio in mare, fanno ritorno nella loro amata Genova andando a rifocillarsi di cibo e bevande nell’osteria del loro amico Andrea.
Passando per la storia di Cicala (marinaio genovese fatto prigioniero dai turchi nella battaglia tra la Repubblica Di Genova e quella dei mori), la triste Sidun, si arriva alla conclusione: “Da Me Riva”;
per il marinaio è già tempo di ripartire. Le onde del mare e il suono della nave lo stanno chiamando a una nuova avventura. Ormai Andrea e le sue lasagne, il vino e le danze notturne, sono un vago e triste ricordo. Dovrà cercarne altri per il mondo.
Triste e convinto che tutte le sue poche sicurezze momentanee, quelle docili radici, sono già lontane, si avvicina al molo per salutare la sua bella.
E’ controsole e, complici gli occhi luccicanti di lacrime, non vede bene e saluta, col braccio levato, quasi alla cieca.
Ma la nave è partita e non è più visibile dal porto.
Il marinaio estrae lento dalla tasca dei pantaloni una foto sbiadita ritraente la sua amata negli anni della sua giovinezza. Questo ritratto sarà la sua unica compagna di viaggio.