Scritto da E.G.

Immigrant Songs
La terza stagione del Teatro è un viaggio fatto di luci, ombre, ospiti d’eccezione e ... flussi migratori


Volevano intitolarlo Storia di un immigrato. Fortunatamente ci hanno ripensato. Il titolo cambia, ma il concetto rimane. L’ultima fatica targata Teatro degli Orrori parte da direzioni diverse per approdare verso un’unica destinazione. L’amore, il viaggio, il lavoro sono solo pretesti, sottotemi, l’obiettivo è uno soltanto. Mettere a fuoco - attraverso una serie di vicende intime - una pagina importante dell’Italia dei giorni nostri. Raccontare l’emigrazione mettendo da parte cifre e percentuali, provare a ricostruire un fenomeno attraverso tracce biografiche, perché di persone si tratta, non di numeri. Il mondo nuovo è un concept sfacciatamente politico: forse ne avevamo bisogno. Dare senso a un concetto è però impresa ardua, le buone intenzioni non bastano.

"L’attore non deve soltanto cantare, deve anche mostrare uno che canta", ammoniva Bertolt Brecht. Pierpaolo Capovilla ci ha più o meno abituati a qualcosa del genere, non questa volta, perlomeno non completamente. Quella dimensione scenica, figlia delle lezioni di Carmelo Bene, permane, ma scricchiola. E anche le linee vocali, non convincono, e francamente speravamo in ben altro. Il mondo nuovo non fa altro che confermare i sintomi che A sangue freddo aveva giusto lasciato trasparire. Il calo di ispirazione è evidente, e il primo tempo fa un po’ acqua da tutte le parti. "Io cerco te", uscito un mesetto fa, non è esattamente il singolo in grado di rendere insopportabile l’attesa di un disco, anzi, appare come un antipasto indigesto. "Skopje" e "Martino" sono le caricature dei fasti degli esordi. "Gli Stati Uniti d’Africa" è un viaggio verso destinazioni esotiche, andato nel peggiore dei modi però! "Non vedo l’ora" non riesce a mantenere in piedi da sola questa prima parte, a tratti disastrosa. Verrebbe quasi voglia di lasciar perdere. E invece il lato B di questo concept imprudentemente accostato a Storia di un impiegato (no comment) ha del sorprendente. "Cuore d’oceano" è una seduta d’ipnosi in compagnia degli Aucan e della voce di Caparezza. E poi c’è la commovente storia di "Ion" Cazacu, piastrellista romeno letteralmente immolato al martirio dal suo datore di lavoro, narrata da Capovilla e compagni in maniera ineccepibile. "Nicolaj" e "Dimmi addio" confermano i segnali di vita precedentemente presagiti. L’atmosfera si asciuga e il tutto funziona a meraviglia fino alla conclusiva "Vivere e morire a Treviso", degno finale di questo piacevole secondo lato. 

La diagnosi possibile è una soltanto: disturbo bipolare. Sembra quasi di trovarci di fronte due gruppi diversi, o perlomeno due differenti fasi di composizione. La prima, pericolosamente aggrappata a un passato che forse oggi non ha più senso (soprattutto se i risultati si chiamano "Io cerco te" e "Rivendico"). E la seconda, che prova coraggiosamente a voltare pagina. Qualità a intermittenza che certamente non sarà in grado di arrestare l’ascesa al mainstream del Teatro. Un grande concept però è un’altra cosa. Una selezione più severa dei brani poteva regalarci qualcosa di diverso di questo pericoloso essere bipartito. Peccato.

62/100

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