Scritto da Gi.C.
Titolo: Clubroot Autore: Clubroot Anno: 2009 Elemento:

N
ell’accostarsi ad un fenomeno non si rivela solo l’atteggiamento verso le cose, ma anche le cose stesse assumono significati diversi, probabilmente cambiano anche volto ed essenza. Insomma, nella relazione con le cose, non soltanto le opere stesse, nel caso dell’arte, ma anche noi diciamo la nostra e, in un certo qual modo, dicendo noi stessi diciamo anche la Storia.
La storia (con la “s” minuscola), invece, nel nostro caso è questa: esiste un signore di cui si conosce solo un nome e un moniker: Burial. Vi chiederete: “Cosa ha a che vedere quel genio con questo Clubroot di cui non conosco nulla?”. Ebbene, la connessione è stretta e la nostra storia, piccola piccola, parte proprio da questa relazione e, ancor prima, da un appunto sull’autore di Untrue.
Vagabondando per le pagine della rete, capita spesso di imbattersi in un fenomeno particolarmente italiano, ma non solo: pagine e pagine di topic, di articoli, di news e non si trova traccia nemmeno del suffisso ballerino –step, nemmeno una volta si trova menzionata la parola dubstep; ma, e qui si entra nel centro del discorso, appare quasi immancabile, quasi un rito, un dovere, dedicare spazio navigabile per Burial, magari declinato nella sua manifestazione più conosciuta, ovvero l’album Untrue, del 2007 (di cui, oltretutto, vi parleremo in modo esauriente, ma veramente, a breve).
È un problema, di fatto. È un problema perché portando la dubstep alle orecchie di tutti, Burial ha, nella pratica, tolto la dubstep dalla faccia della terra, rilegandola, non certo per scelta, a “musicadiburial” o, peggio, “musicadiuntrue”. Le cose non stanno così e il paladino della Hyperdub non è certo l’unica entità magica di una scena che l’ignoranza spesso racchiude entro i limitati, sebbene fantastici, confini di un paio di CD (o di uno split con Four Tet, altro disco che pare aver richiamato l’attenzione di tutti e, al contempo, distorto ancor una volta la percezione complessa e ricca della realtà).
La dubstep esiste, non c’è solo Burial (semmai c’è la dubstep e poi c’è Burial, non viceversa), ma, anzi, è più alla portata che mai, pronta ad esplodere (e all’estero spesso l’esplosione ha già fatto il suo lavoro) e, soprattutto, pronta a trovare un suo posto nel panorama musicale d’oggi.
Cosa c’entra Clubroot? Questo ragazzo arriva al suo esordio con un disco omonimo che si bagna decisamente in quel fiume musicale in cui anche Burial si intinge, ma che pare, ai più, quasi un ruscello privato, materiale a cui solo quest’ultimo si crede possa accedere.
E invece si sbaglia, e spesso, perché la dubstep, nella sua versatilità, rivela un dinamismo creativo capace di distribuire licenze artistiche alle persone e ai progetti più diversi e lontani, anche se nel caso di Clubroot l’idea alla base della creazione non si allontana su lidi possibilmente collegabili ad un’idea di infrazione.
Clubroot, quindi, e non Burial.
E il ragazzo ci mette del suo eccome in questo self-titled targato 2009, scovato qualche tempo fa ma proposto a voi solo adesso per una ragione molto semplice: la complicità del tempo. Vi porgiamo questo disco ora perché crediamo che abbia raggiunto la sua maturità proprio in questo periodo dell’anno, in questo tempo, appunto: mentre le ultime giornate d’estate di ognuno di noi terminano e mentre il disco è riuscito a superare la prova del tempo di noi che lo custodivamo gelosamente, perché non c’è piacere senza il trattenere, almeno un po’ (e non si vuole citare nessuno, né Freud né altre derive coprofaghe).
È un lavoro dalle tinte fosche, ma non troppo, mai così distante da una quotidiana dose di realismo, che incarna perfettamente i momenti di passaggio, dolcemente e marcatamente allo stesso tempo. “Birth Interlude” ne è la prova, nella sua posizione centrale, quasi a sfumare il centro propulsore dell’album, delicata e riuscita, mai noiosa o esosa, come in troppi continuano ad essere; la canzone che la segue, “Talisman” è il gioiello letteralmente procreato dal cordone ombelicale fragile che collega i due brani (e qui sì, Freud potremmo citarlo!), una perla che a metà si spezza e si sfalda, ma che, come quasi ogni perla, tiene e si rivela nel suo gioco barocco di opacità-lucidità-trasparenza: la base cammina con il suo andamento sbilenco, come la frequentazione con la dubstep ci ha abituato, ma lontanissima è la sensazione di ubriachezza che accompagna certi passi di Burial, in nome di una sobrietà che si rivela vincente tanto nella sua vita di opera, quanto nel suo porsi in relazione ad altre opere inquadrabili nello stesso cielo musicale.
Torniamo, però, all’inizio, dove la opener “Low Pressure Zone” si staglia quasi a cartello prodromiale, “il lavoro rende liberi” o una cosa del genere, ma con tutt’altro spirito e s?µp??e?a umana; prova ne sia che bastano pochi secondi e il ritmo della canzone ci viene già incontro per dirci di lei e per spiegarci, con abc musicale, quello che stiamo-per ascoltare e quello che stiamo-già ascoltando, ovvero un sentiero interrotto, direbbe Heidegger, in cui forse è la foresta, nella sua complessità, a prendere il sopravvento sulle linee dell’uomo e a dettare l’incedere della marcia dell’ascoltatore. Il cd pare guidarci fin da subito in una sorta di paesaggio mosso, come una pennellata impressionista a descrivere un’onda spezzata o come una lacrima che ci consegni una visione tremula del mondo, ma mai così vissuta. Con “Embryo”, il viaggio continua su queste coordinate poetiche, allargando leggermente le maglie del synth per avvolgerci in panni più caldi, di contro ad un freddo dello snare che diventa metafora di gelo.
Le canzoni proseguono con “High Strong”, quasi una parentesi industrial, soprattutto per la scelta dei suoni e per l’incedere rigido; arriva “Dulcet” e le cose cambiano leggermente, con la sua impronta organica, leggermente jungle, potrebbe dire uno stilista, ma con richiamo postmoderno alle terrazze ultrafashion delle boutiques di New York e alla loro contemporaneità spinta, vedasi il cadere asciutto della sezione ritmica, a gessato sottile.
Quando arriviamo a “Lucid Dream”, il disco si innalza al suo momento più alto, molto probabilmente. È per questo che non vi diremo niente: se ci avete seguito fino a qui, troverete da voi le parole.
Il trittico di chiusura del disco è composto da “Nexus”, da “Sempiternal” e da “Serendipity Dub”: la prima esplora il lato meno caldo dell'opera, con i suoi suoni a goccia e con un’atmosfera fantascientifica, forse ammiccando inconsapevolmente alle sonorità dell’ultimo Boxcutter; la seconda, invece, torna su un vocabolario maneggiato già in precedenza, con una base ritmica decisamente forte e con un groove azzeccato pienamente, soprattutto in finale di album, dove le energie tendono comunque a farsi più esigue, ma, qui, ancora vitali; l’ultimo capitolo, infine, ci fa ripiombare nel calore dei colori, ci riporta alle passioni e ci lascia lo spazio per l’uscita, riconsegnandoci all’autunno.

Vi abbiamo portato proprio fino a qui, fino alle porte della stagione della caduta e delle foglie che bruciano, per offrirvi un album che può diventare grande se vissuto con libertà, lontani dall’ignoranza di una musica, come la dubstep, capace di dare molto di più di due o tre capolavori.
75/100
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