Scritto da Gi.C.

Titolo: Arecibo Message Autore: Boxcutter Anno: 2009 Elemento:


Il nuovo album di Boxcutter, Arecibo Message, non lo aspettavano certo in molti; quei pochi che avevano goduto dei due album precedenti, però, erano parecchio curiosi di ascoltare che cosa avrebbe mai potuto dire di nuovo un artista che nella fiorita scena dubstep aveva fin dall’esordio fatto ben parlare di sé. Dimenticandosi parecchi suoni più terrestri e urbani, vero e proprio punto di partenza della maggior parte delle espressioni dub, Boxcutter pare alzare la testa per consegnarci un suono dell’universo che sia veramente tale: laser sempre meno terresti, rumori celesti e bassi da Armageddon (quello spaziale eh) rappresentano la nuova tavolozza cromatica del ragazzo nordirlandese. E allora via con l’open-track, una traccia che si crasha su sé stessa e sulle sonorità più disparatamente dub, per proseguire, poi, con "Mya Rave v2", dove il basso regna in una giungla di suoni; con il terzo brano, materiale vivo preso a mani nude dal calderone del caos spaziale, la musica si alza anche fisicamente allo spazio, e continua a fluttuare vicino a buchi neri e a loops siderali in canzoni come "Old School Astronomy", con continui crescendi trattenuti, tagliati alla nascita dalle mani del pastaio. Gioielli dell’ingegneria sonora come "Free House Acid" ci fanno pensare tanto bene di questo ragazzo: nomen-omen, la traccia vive d’un senso ritmico veramente azzeccato, dove al marchio di fabbrica di Boxcutter pare si sovrappongano w-arpeggi non da poco, che donano una dinamica tale al brano da renderlo uno dei migliori del disco e della disco-grafia del dj che viene dall’Irlanda del Nord. Fra giochi di bassi, parti più istituzionalmente dubstep, momenti di revival e strutture tanto scomposte quanto invertebrate, il disco chiude con un pezzo cadenzato e lento, quasi stanco, "A Cosmic Parent". Quasi stanco, anche l’ascoltatore. Perché l’album non funziona? No. Perché addentrarsi in questo tunnel caleidoscopico di note e suoni non è affatto operazione a cuor leggero, non è catarsi, non è relax fra fumi pseudo-londinesi: è battaglia interstellare, sforzo, anche di testa. È qui il problema: dub-step perde il passo, paradossalmente, e incespica nella ricerca del suono e dello sghembo a tutti i costi, perdendo la simmetria che fa di altri dischi, quelli di Burial per esempio, ma anche i precedenti di Boxcutter!, dischi forse di genere, ma per lo meno efficaci. Qui si zoppica troppo e si rischia di perdere il senso del cammino ritmico. Chi va con lo zoppo impara a zoppicare. Non è questo il futuro del genere: questo è il presente. Godiamocelo, ma non ricordiamocelo.

 

65/100

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