Scritto da P.R.
Titolo: Invaders Must Die Autore: The Prodigy Anno: 2009 Elemento:

P
er i Prodigy è Invaders Must Die il primo vero album dopo The Fat of the Land, disco che li aveva proiettati verso una grande visibilità grazie a singoli devastanti come "Firestarter" o "Smack My Bitch Up". Anni dopo avevamo assistito al loro ritorno su singolo con l'ennesimo brano censurato da radio e televisioni, "Baby's Got a Temper". Questo prima che Keith Flint si mettesse a giocare a fare il punk lasciando Liam Howlett praticamente da solo a produrre Always Outnumbered, Never Outgunned (2004). Si trattava di un album che quando non cercava di ricalcare il suono di "Smack My Bitch Up" - risultando noioso e volgare - finiva per trascinarsi nell'electro modaiola senza che tutto ciò avesse un senso, a 7 anni di distanza dal più rock The Fat of the Land. Una grossa delusione per chi sperava che sarebbero andati avanti nell'ibridazione tra techno e rock/punk.
Ora abbiamo di nuovo Flint, Howlett e Maxim insieme a quasi 12 anni da quel disco e 15 da Music For the Jilted Generation. Aspettative prossime allo zero. L'aver rilasciato la titletrack come download gratuito non ha giovato granché in questo senso, è il brano d'apertura e presenta suoni da rave party scaduto, con un incedere ridicolmente epico e una vocina elettronica a celebrare il nome della band. Con un inizio del genere non ci si può aspettare qualcosa che sfiori almeno il concetto di decenza, invece nel complesso pare che qualche segnale di ripresa da parte loro ci sia. O almeno, ci sono i Prodigy che tornano a fare i Prodigy, semplicemente, con risultati attorno alla sufficienza.

Notiamo la completa assenza di reali singoli brucia-classifica, al loro posto invece restano alcune scelte discutibili, dai suoni utilizzati per la titletrack ai non propriamente eleganti e moderni effetti sulle voci. Eppure l'attitudine "Prodigy" sembra essere tornata, quella di Experience e Music For the Jilted Generation, filtrata attraverso l'esperienza di The Fat of the Land. In Invaders Must Die, quindi, ci sono un po' tutti i lati dei Prodigy, nessuno dei quali al massimo splendore, ma almeno abbiamo in mano qualcosa che, al contrario del precedente, sembra un disco con la voglia di tornare a fare musica. Come nota di colore si può citare la presenza di Dave Grohl in "Run With the Wolves", che a dispetto del titolo non è una traccia black metal registrata nottetempo e in presa diretta in una foresta norvegese con i lupi alle calcagna, ma l'episodio più rock. In generale però si tratta di pezzi prettamente dance, ballabili e allo stesso tempo dinamici nei ritmi come gli stessi Prodigy insegnavano negli anni '90, con i tipici espedienti sonori che hanno sempre usato dai tempi di Experience. Se non avete il coraggio di ascoltarlo per intero permettetemi di citare almeno "Omen", "Take Me To the Hospital" (Prodigy al 110%, nonché nome della loro nuova etichetta) e "World's On Fire", ma buoni spunti si trovano quasi in tutti i brani: sono solo sviluppati male o conditi con elementi assolutamente superflui o troppo vecchi per il 2009. C'è di meglio anche della conclusiva "Stand Up", basta tirar fuori certi dischi che i Primal Scream avevano scritto molto prima di mettersi a suonare country (decisamente poco credibili, ma non parliamo di loro adesso).

Non è questo il tipo di disco che resta nel tempo, ma considerando le aspettative nulle e l'averli completamente persi come gruppo beh, potremmo anche pensare di accontentarci di un disco almeno ascoltabile come questo, anche se di certo non è abbastanza. Pretendere di più da un album dei Prodigy, nel 2009, non avrebbe molto senso.

67/100 
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