Titolo: Saint Dymphna
Autore: Gang Gang Dance
Anno: 2008
Elemento:

S
eppur sommariamente composto sulla falsa riga del precedente, Saint Dymphna si può considerare un punto d’arrivo per i Gang Gang Dance. Il collettivo newyorkese è riuscito in questo disco a trovare il giusto modo per sfruttare la propria strepitosa capacità creativa, arrivando a proporre composizioni vulcaniche e sorprendenti ma paradossalmente e finalmente omogenee. Fin dalle origini magistralmente dediti alla sperimentazione più libera, i Gang Gang Dance hanno sviluppato via via la capacità di controllare gli eccessi che caratterizzavano le composizioni passate, rendendo in questo modo la loro musica, seppur non esattamente facile, almeno più comprensibile.

Il loro è un punto di vista tribale, acido, spesso kitch, disorientante, caotico, ma splendidamente lucido, in ultima analisi.
La maggior parte delle 11 tracce del disco è fatta dallo stratificarsi del cantato sbilenco e orientaleggiante di Lizzi Bougatsos, il quale si innesta sullo splendido tappeto di Brian Degraw, Tim Dewit e Josh Diamone, fatto di giochi elettronici sfavillanti, in cui il tutto è sostenuto da una sezione ritmica impeccabile. È un pop destrutturato comune a molti gruppi della scena indie americana, penso ai compagni di etichetta Psychic Ills o agli Animal Collective. Il risultato è quindi di non facilissima fruibilità, ma di enorme fascino. Fra i picchi c’è senza dubbio il duo che apre il disco “Bebey”-“First Communion”, una sorta di manifesto d’intenti, un medley folle, dinamico e straordinariamente trascinante, una volta metabolizzato.
Ma è nella seconda parte del disco che si scoprono autentiche chicche; “Afoot” è una perla di raffinatissima elettronica pop, perfetta introduzione per “House Jam”, primo singolo del disco e sicuramente miglior traccia di Saint Dymphna. La chiusura è affidata a “Dust”, lenta litania che si spegne dolcemente fra echi e le solite immancabili percussioni. Nella ridda inesauribile delle proposte indie elettroniche, cool in quanto weird, è molto difficile distinguere le produzioni valide da quelle che sfruttano semplicemente l’onda, annacquando in questo modo le eventuali alchimie su cui si fonda la poetica di chi, di quella musica, è interprete a pieno titolo.
La natura sperimentale del genere in questione, rende per giunta più facile a questi infiltrati, di riuscire a confondersi fra la massa, forti della quasi totale mancanza di regole, di canoni estetici o compositivi, che possano smascherarne l’inconsistenza.
I Gang Gang Dance possono essere considerati, a questo punto, fra i più credibili esponenti di questo genere.